Ha una voce spigolosa, bruna come le foglie secche dell’autunno; acidula a volte, come un agrume appena colto. Diseducata, trasandata e schiva.
Passa nella maschera e nel naso per esplodere nel microfono dritta, penetrante: una freccia ben scoccata, che può far male.
La voce di Bob Dylan.

Ha la voce del gelso; appuntita dalle gocce fresche del mattino.
Dalla pancia, a ogni respiro, pare vogliano uscirle spilli d’un dolore inghiottito, tenuti stretti dentro dal candore di un vestito di velluto.
La voce di Maria Callas.

Prima della voce, il respiro ritmico: come un affanno sonoro di un Peter Pan che avrebbe voluto crescere, ma condannato e al contempo fregiato della voce di bambino.
Dolcemente stridula, aguzza; a tratti ringhiata, come un cucciolo che s’è fatto crescere gli artigli, saltando agile sulle vette dei falsetti.
La voce di Michael Jackson.

Tre esempi, tre voci, tre personalità, tre timbri. E mille domande.

 

Cos’è un cantante?
O, più a fondo, cos’è una voce?
È uno strumento che si leviga ed educa così che si codifichi: intonato, non intonato?
O anche addirittura: Piacevole-Spiacevole?

La voce è la cosa più intima che parla di noi; prima della verbalizzazione, che è una traduzione del pensiero, del sentimento; prima degli occhi, che sono sguardi solo momentanei.

Con la voce si porta un vissuto, si mette sul piatto perché tutti ne prendano un boccone e sentano il gusto di quella persona.

Ci sono un’infinità di cantanti che hanno prediletto il timbro, che lo hanno valorizzato sopra a tutto il resto, rendendolo la chiave della propria poetica, e del proprio successo. Ma prima di questo è facile pensare che molti cantati lo abbiano “subìto” il proprio timbro, prima di farlo diventare un’arma.

Hanno imparato a conoscere il proprio timbro per non esserne schiavi, per non esserne strozzati.

Il timbro di un cantante diventa allora come un patto con l’ascoltatore; e ogni “play” diventa la chiave per l’apertura di quella determinata stanza personalissima in cui l’artista e il fruitore idealmente s’incontrano, arredata in un certo modo, trasandata oppure curata, lucente o semibuia.

Da parte del cantante c’è l’urgenza di cantarsi, l’urgenza di spogliarsi perché anche lui stesso accetti la sua nudità. E ogni canto è ogni volta un nuovo guardarsi allo specchio… chissà, talvolta disprezzando le proprie smagliature, le cicatrici, le storture, i vizi, le rughe; altre volte abbracciandole, forse il più delle volte abbracciandole e avendo cura di loro, per un eterno confronto con sé stessi, e un eterno affermare:

“questo, sono io”.

D’altra parte anche l’ascoltatore vuole riconoscersi in queste unicità, nelle debolezze e fragilità, o nei fieri avvampi di passione, o nei sorrisi amari.

Vuole riconoscersi dentro quella voce, prima che nelle parole che prendono forma nelle labbra del cantante, per vederci specchiato dentro un proprio vissuto; e non importa che quel vissuto sia davvero stato vissuto, può anche essere un vissuto immaginato e immaginario che risiede come in una bolla lontana: in una memoria atavica, in un sentire che va più a fondo della parola, in un desiderio ambiguo.

Un desiderio che non si riesce ad afferrare, proprio come il timbro stesso che è un decoupage fatto di stoffe, pezze, rattoppi e passamanerie, tra qualcosa d’innato e qualcosa che si è vissuto, qualcosa che si è imparato e qualcosa che si è assimilato.

Il timbro è un identikit intimo, un diamante grezzo che va lavorato e che può determinare il successo di un cantante, se questo riesce a imporlo alle orecchie di chi lo ascolta: ha il potere d’incastonarsi nella memoria.

Rimangono le domande, ma il mistero della voce è proprio la spinta che ci fa cantare.

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