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Pansori: il canto sudcoreano che ha conquistato il mondo

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l canto che sanguina: viaggio nel pansori coreano

Sogno spesso di essere seduto in un cerchio di persone di cui non vedo il volto, e al centro una voce sola che sale e scende come se stesse arrampicandosi su una parete invisibile. Non è un sogno che ho fatto per davvero, lo confesso subito, è l’immagine che mi si è formata in testa dopo giorni passati ad ascoltare registrazioni di pansori, la forma di canto narrativo coreano che da settimane non riesco a togliermi dalla mente. Ma quell’immagine, per quanto costruita, mi ha aperto una porta su qualcosa di reale, di storicamente fondato, che vale la pena raccontare con ordine.

Il pansori nasce da un incontro tra corpi e tra funzioni del canto che nella nostra tradizione occidentale abbiamo separato da tempo. Volevo capire come, e perché. Quindi eccomi qui a narrarti questa mia ricerca…

Pansori canto coreano: un luogo, un suono, due corpi

pansori sud corea

Il termine pansori viene generalmente ricondotto all’unione di pan, un luogo in cui le persone si radunano, e sori, suono o canto. Non soltanto un’artista davanti a un pubblico, dunque, ma uno spazio condiviso in cui qualcosa accade fra chi racconta, chi accompagna e chi ascolta. Il pansori prende forma attorno a due figure: la o il sorikkun, voce narrante e interprete della storia, e il gosu, il percussionista che accompagna con il tamburo buk. Due corpi, un solo racconto, e un pubblico che può intervenire con esclamazioni di incoraggiamento, entrando nel respiro dell’esecuzione senza sottrarle attenzione.

Mi sono chiesto spesso se il nostro modo occidentale di ascoltare, immobile e silenzioso, non tolga qualcosa di essenziale al canto stesso. Forse abbiamo bisogno di essere invitati a rispondere, non solo ad ascoltare.

Storia del pansori coreano: le origini sciamaniche di un grido

Il pansori si è sviluppato probabilmente dal XVII secolo nella regione sudoccidentale della Corea. Le sue origini non sono documentate in modo univoco: alcune ricostruzioni ne riconoscono possibili legami con forme narrative e musicali di ambito sciamanico, comprese pratiche associate alle mudang; altre richiamano il ruolo di artisti popolari e itineranti, capaci di intrecciare canto, gesto, parola e racconto. Più che una linea retta, la sua nascita sembra custodire l’incontro di molte voci e molte funzioni del canto.

Nella mia ricerca su Il Signor Canto il libro che narra la mia ricerca continua in questo mondo, torno spesso su un’intuizione: il canto, anche quando diventa mestiere, arte scenica o intrattenimento, conserva talvolta qualcosa che sfugge alla sua completa addomesticazione.
Nel pansori questa impressione può affacciarsi con particolare forza, perché racconto, voce, ritmo e gesto restano visibilmente intrecciati.

Chi ha ascoltato certe registrazioni di pansori sa che non si tratta di bellezza patinata.
È qualcosa che assomiglia più a un attraversamento che a un’esecuzione.

Sorikkun e gosu: chang, aniri, ballim nella trinità dell’esecuzione

Ciò che rende il pansori più di una semplice canzone narrativa è l’intreccio di tre modalità espressive. Il chang è la parte cantata; l’aniri è la narrazione parlata o recitata, che accompagna l’avanzare della storia e può aprire spazio al commento, al contrasto e all’ironia; il ballim è il gesto scenico. Anche un ventaglio, nelle mani della o del sorikkun, può suggerire una spada, una lettera, una farfalla o un paesaggio che non vediamo.

Nel pansori, canto e parola non appaiono come territori separati: si alternano e si sostengono nella costruzione del racconto. Per chi ascolta, possono sembrare due movimenti dello stesso corpo narrante, continuamente chiamato a passare dalla linea melodica al dettaglio parlato, dall’intensità al commento.

Il tempo dilatato: durata e resistenza nel canto pansori

Un’esecuzione completa di pansori può arrivare fino a otto ore, anche se oggi circolano spesso versioni ridotte, estratti e adattamenti. La tradizione ricorda dodici grandi racconti, o madang; il repertorio trasmesso più stabilmente oggi comprende cinque opere: Chunhyangga, Heungboga, Simcheongga, Jeokbyeokga e Sugungga.
Chi sceglie di formarsi in questa disciplina non impara soltanto un brano: entra in un universo narrativo fatto di memoria, repertorio, ritmo, parola e presenza scenica, un apprendistato che può richiedere molti anni.

Chi studia con me sa che torno spesso su un concetto scomodo: l’idea di controllare totalmente il canto può diventare un’illusione, prima ancora che un obiettivo tecnico. Il pansori, con la sua durata, le sue alternanze e la sua esposizione narrativa, può ricordarci quanto la competenza vocale non coincida con il dominio assoluto di tutto ciò che accade in scena.

Pansori patrimonio UNESCO: dal declino alla sopravvivenza

Nel corso del Novecento, i cambiamenti sociali, i nuovi mezzi di intrattenimento e la trasformazione delle abitudini culturali hanno messo sotto pressione anche la trasmissione del pansori. In Corea è stato designato nel 1964 come Bene culturale immateriale nazionale n. 5. Nel 2003 l’UNESCO lo ha proclamato Capolavoro del patrimonio orale e immateriale dell’umanità; nel 2008 lo ha poi iscritto nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità.

Proteggiamo per legge ciò che rischiamo di perdere per abitudine. Ma un canto non smette necessariamente di vivere quando viene tutelato: la domanda, semmai, è come proteggerlo senza ridurlo a una reliquia. Il pansori continua a esistere proprio nella tensione fra memoria, trasmissione, scena contemporanea e nuove possibilità di ascolto.

Significato del canto han e heung: dolore e gioia nello stesso respiro

Il pansori viene talvolta letto attraverso il concetto di han, parola complessa che, in alcuni discorsi culturali e critici coreani, richiama dolore, perdita, tensione e memoria storica. Non è però una chiave unica né automatica per spiegare ogni voce o ogni racconto. Accanto a registri di gravità e intensità, il repertorio può aprirsi all’ironia, al comico e a quella vivacità che viene spesso associata a heung: non un opposto fisso del han, ma un’altra energia possibile dentro il movimento del racconto.

Nel pansori, almeno per come lo incontro da ascoltatore, colpisce l’oscillazione: una voce può passare rapidamente dalla gravità al sorriso, dall’ampiezza melodica alla parola più asciutta, dal lamento al dettaglio comico. Non è la rinuncia alla competenza o alla cura del canto; è piuttosto un altro modo di intendere la precisione, capace di lasciare spazio al contrasto e al movimento del racconto.

Forse è questo che cerchiamo quando un canto ci colpisce: non una precisione ridotta al dettaglio, ma la traccia udibile di un attraversamento verso l’ignoto.
Una voce che non nasconde il cammino del racconto, e che proprio per questo continua a risuonare anche dopo il silenzio.

Le informazioni storiche e culturali presenti in questo articolo sono state verificate principalmente attraverso i materiali UNESCO dedicati al pansori e studi sul suo statuto di patrimonio vivente, sulla trasmissione e sulla creatività interpretativa. Gli ascolti proposti alla fine della pagina sono materiali di avvicinamento alla pratica e non sostituiscono le fonti storiche o musicologiche.

 

 


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