L’importanza del canto e della voce in etnomusicologia

Di voce si parla molto, se ne conoscono aspetti fisiologici, artistici, comunicativi; ma di etnomusicologia? Partiamo dalla definizione.

Che cos’è l’etnomusicologia?

Il termine “etnomusicologia” contiene già alcune importanti informazioni che aiutano ad identificare il campo di studi cui si fa riferimento: le parole etno (da etnologia) e musica. In linea generale si potrebbe quindi dire che l’etnomusicologia “studia le forme e i comportamenti musicali delle società e culture di interesse etnologico” [1]

Tratto comune di queste culture è la trasmissione orale del proprio sapere. Pertanto l’etnomusicologia “studia le forme e i comportamenti musicali di tradizione orale”.[2] 

Nel concetto di tradizione orale, ci si può riferire in primis alla dimensione del repertorio vocale. Tra gli studi più noti ed importanti per quantità e varietà di materiale (vocale) preso in esame dal punto di vista etnomusicologico, spicca la ricerca di Alan Lomax.

Alan Lomax – The Global Jukebox

Alan Lomax, etnomusicologo statunitense, ha raccolto in numerose ricerche sul campo (portate avanti tra stati uniti, Inghilterra, Spagna e Italia già a partire dai primi anni ’40 del 900) il più vasto archivio sonoro di repertorio vocale popolare.

A lui dobbiamo le prime registrazioni di grandi artisti blues, folk e jazz come Muddy Waters e Woody Guthrie.

Inestimabile la ricerca del 1953-54, commissionata dalla BBC e portata avanti assieme al padre dell’etnomusicologia Italiana Diego Carpitella; un viaggio nella tradizione della musica popolare italiana che trova un fedele resoconto nel suo libro

L’anno più felice della mia vita. Un viaggio in Italia” (1954-54), Il Saggiatore, Milano, 2008 (link al libro)

e nelle pubblicazioni discografiche “Italian Treasury”

Tutto il patrimonio culturale raccolto da Lomax è custodito dall’Association for Cultural Equity (fondata da lui stesso nel 1986).

Questo materiale è poi confluito intorno al 1990 in una sorta di archivio globale interattivo “The Global Jukebox”; il portale è suddiviso in base ad indicazioni geografico-culturali e si articola sul criterio “cantometrico” e “coreometrico” (metodo che tenta di distinguere le varie culture in base al loro approccio al canto e alla danza).

Ovviamente la ricerca etnomusicologica in ambito vocale è vastissima; un lavoro estremamente interessante è quello di Steven Feld riguardo l’analisi della forma e dell’esecuzione del canto nella visione della popolazione Kaluli in Papua Nuova Guinea.

Voci nella Foresta, poetica, canzone ed espressione Kaluli

L’etnomusicologo americano Steven Feld ha condotto nel 1976 (insieme alla coppia di antropologi Edward e Bambi Schieffelin, nella foresta pluviale presso il vulcano del Bosavi nella pianura della Papua Nuova Guinea) uno studio sulla popolazione dei Kaluli, osservando per più di vent’anni la loro vita e la loro poetica musicale.

Il tema centrale di tutto questo lavoro di ricerca trae origine dal racconto più importante della popolazione kaluli: il mito del bambino che diventò un uccello muni (è una delle dodici storie kaluli sugli uccelli che collegano il mondo sonoro dei volatili con quello dei suoni umani).

La storia descrive due fratellini a pesca di gamberetti; il fratellino minore non trovando nulla da mangiare, inizia a piagnucolare ma non ottiene cibo dalla sorella maggiore, alla fine il piccolo trova un gamberetto, stringendolo in mano si trasforma in un uccello e vola via intonando un eeeeee discendente: il richiamo dell’uccello muni; la sorella, disperata, lo implora invano di tornare indietro e di tornare umano.

In questo mito sono racchiusi tutti i temi essenziali per comprendere l’espressione kaluli: il maschile/femminile, il rapporto di fratellanza (adè),il cibo, la fame, la reciprocità (sostegno), la tristezza, la perdita, l’abbandono, il lamento e la canzone.

Rispetto a questi temi, le modalità sonore dei kaluli sono rappresentazioni espressive di due concetti fondamentali per loro: il sentimento e la supplica.

E’ importante sottolineare che per i Kaluli gli uccelli sono ane mama : manifestazioni degli spiriti dei loro morti, questi animali hanno quindi per loro un profondo collegamento con il mondo umano.

C’è da dire inoltre che, in questo contesto, i volatili vengono distinti in base ai suoni che producono (gli uccelli che cantano, quelli che piangono, quelli che fischiano, quelli che parlano in lingua Bosavi, quelli che dicono il proprio nome, quelli che producono solo suono e quelli che fanno molto rumore); essendo quindi sia rappresentazione animale dei morti, sia mondo sonoro articolato, in tal senso gli uccelli diventano una sorta di metafora della società umana e i loro canti sono forme specifiche di sentimento.

Dal punto di vista musicale, la forma vocale prima per i kaluli è la canzone Gisalo.

La canzone Gisalo: stile ed esecuzione vocale

Per i Kaluli il concetto di composizione si distingue in melodia: Gisalo e testo: sa-gisalo.
La melodia è legata al richiamo simbolico dell’uccello muni, le parole sono quelle del bambino nel mito dopo essere diventato uccello, quindi sono “parole sonore di uccelli”[3].

Il concetto di composizione nasce da una melodia “tutt’intorno”, “nell’aria”, dai suoni degli uccelli; melodicamente, i due intervalli più importanti sono la seconda maggiore discendente e la terza minore discendente.

 

 

L’elemento essenziale per ciò che riguarda invece lo stile e la tecnica di esecuzione è l’emissione vocale; i Kaluli la descrivono come “voce da canzone gisalo” , con questo si riferiscono ad una voce che dovrebbe essere non nasalizzata, in registro di petto ma non costretta, il suono dovrebbe essere chiaro, ben articolato ma non staccato, lo definiscono un suono che deve “filare come acqua che scorre sulle pietre”. 

Per i Kaluli infatti, i due problemi esecutivi principali emergono quando la voce si “incrina” (se l’estensione è troppo acuta) e quando si “rompe” (se troppo forzata); un cantante che fatica, per loro è una voce brutta dagano mògago opposta a dagano ebelab: “Acqua che continua a scorrere oltre la vista”, un bravo cantante deve quindi possedere una voce come l’acqua.

Questa dettagliata ricerca sul campo è stata pubblicata in: “Suono e sentimento”, Steven Feld, il Saggiatore, Milano, 2009; il libro nel 2018 è diventato anche un film documentario “Voices of the rainforest”.

[1] Cfr. F. Giannattasio “Il concetto di musica” p.18

[2] Cfr. F. Giannattasio “Il concetto di musica” p.19

[3] Cfr. S.Feld “Suono e sentimento” p.181 e seg.

 

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