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Perdere la voce cantata…per poi ritrovarla

Premessa: ogni cosa che scrivo è frutto della mia esperienza vocale vissuta, in cui qualcuno potrà riconoscersi, e non vuole porsi quindi come un vademecum del canto. In questo racconto entrano in gioco il vissuto, l’indole, i pensieri di chi scrive, oltre agli incontri e alle esperienze musicali maturate.

Perdere la voce e il canto, inteso come allontanarsi dalla voce naturale o dalla voce libera a favore di un’impostazione meccanicistica, ha prodotto in me una serie di effetti decostruttivi. Ne illustrerò due, uno conseguenza dell’altro.

PERDERE IL CANTO….la perdita della voce cantata.

perdere la voce e il cantoIn primo luogo abbiamo la voce che, seguendo un approccio meccanicistico, può indurre a compiere una serie di operazioni preliminari e controllate che allontanano la voce dal principio dello scorrere, del flusso, del lasciare accadere e del mettersi in osservazione.
Come si intuirà, in questo atteggiamento, il legato è ben al di là dall’accadere, la forma energia del canto e il vibrato naturale vengono irrimediabilmente persi e cercare di ottenere questi strumenti, che sono conseguenze del canto libero, attraverso atteggiamenti di un canto di stampo meccanicistico, non ha fatto altro, nel mio caso, che aggiungere ulteriore zavorra mentale e fisica (tensione) ad una sovrastruttura già sovraccarica.
Tutto ciò mi ha portato a perdere il senso del cantare.
In queste condizioni, mi è capitato di passare ore di studio senza raggiungere nessun risultato, che non sia artificioso e mai radicato, perchè da ricostruire ad ogni sessione di approccio al canto. Ne derivava che dal canto mi allontanavo giocoforza e quello che cercavo di vivere e definire come canto in realtà ne era un surrogato.
La sessione si trasformava così, sia nell’avvicinarsi che durante lo svolgimento, in un momento di grossa fatica mentale e fisica, in cui era assente la restituzione del benessere e dell’energia, e al cui termine rimaneva un grosso senso di stanchezza, nonchè tanti punti di domanda. Il canto non era diventato più un piacere.

PERDERE IL CANTO…la perdita dell’identità vocale e artistica

Nel perdere la voce naturale (termine da approfondire in altra sede ma che qui viene intesa come qualcosa di contrapposto ad una voce artificiosa e costruita) si inserisce una perdita ancora più grave. Essendo la voce rappresentazione di noi stessi, l’allontanamento da ciò che ci appartiene nell’ottica di una costruzione di quella che nel mio caso era diventata un monolito inespressivo, non faceva altro che restituire una figura vocale che non mi rappresentava.
La sensazione che ne risultava è simile al guardarsi allo specchio senza riconoscersi. Nel caso della voce, non è la vista che determina cosa lo specchio ci restituisce ma l’udito e soprattutto il corpo che sente la propria voce come qualcosa di estraneo e reagisce di conseguenza mettendo in atto tutta una serie tensioni e costrizioni che si localizzano in vari punti del corpo (plesso solare, arti inferiori etc…quindi non necessariamente nella zona prossima alla laringe).

Conseguenza di questo vi è, in successione: la perdita del piacere del cantare, la perdita della capacità espressiva e musicale del canto, la perdita dell’identità artistica e più in generale dell’identità umana.
Perdere il canto e perdere la voce significa non riuscire a trovare della vitalità e gioia nella propria vocalità che al contrario restituisce forti elementi di tensione, che vanno a ripercuotersi non solo sul lato professionale ma sul vivere quotidiano. Perchè la voce non vive solo nelle sessioni di studio o performative ma è sempre presente (anche nel silenzio!). Questo può portare ad un senso di insicurezza che può minare le basi di autodeterminazione dell’individuo (nel senso di persona che esprime se stessa e la sua individualità).

IL RECUPERO DEL CANTO

In questo percorso di decostruizione (non voluto) della mia vocalità e nel (per fortuna) successivo percorso di recupero, sono stati smarriti diversi anni di vita artistica. Perchè perdere la voce e il canto significa perdere tutta la propria musicalità!
E’ come cercare di buttare fuori l’acqua da una barca che continua a imbarcare acqua….insomma, finchè non toppi il buco, non farai altro che cercare di stare a galla, e magari ci riuscirai, ma non potrai mai prendere il largo e goderti il viaggio.
Ma non tutto viene per nuocere. Percorrere le strade irte di errori, li fa comprendere meglio.
Capire inoltre che da questa situazione se ne può uscire è un messaggio di conforto per chi si trova in una situazione di impasse, per chi si è sentito dire (o per gli insegnanti che hanno detto) “lascia stare”, a parole come attraverso sguardi e gesti di sfiducia.
Cosa ha cambiato la mia direzione? Per prima cosa la motivazione personale.
In secondo luogo, fondamentale è stato scoprire figure artistiche e didattiche che si muovono su altre sponde rispetto a quelle da me percorse fino a quel momento. I testi di Antonio Juvarra ad esempio e la didattica di Albert Hera che ho avuto la fortuna di incrociare nel mio percorso di ricerca vocale. Attraverso questi incontri ho capito che c’era dell’altro, un altro modo di far vivere il canto.
Ho capito che il canto non esisteva solo nel muscolo aritenoideo, nel cricoideo, nel basculamento, nello spingere gli addominali, nella maschera, la voce di testa, il cry, lo sbadiglio….(tutti concetti che nel mio caso costringevano e imbrigliavano la voce)…ma c’era anche il respiro, il flusso e la colonna d’aria, lo spazio, l’attacco del suono….concetti e sensazioni che possono sembrare scontati per alcuni ma non per un’allievo che affida ciecamente la sua voce ad altri per poi non ritrovarsi più nel luogo in cui fino ad allora aveva vissuto (dicendo questo non si vuole scaricare il senso di responsabilità che, per quanto mi riguarda, nell’apprendimento è duplice e coinvolge tutti gli attori in gioco: insegnante come allievo).
Il percorso di recupero vocale, il ritrovare il canto, mi ha portato a poter realizzare il mio primo disco.
Recuperare il canto mi ha portato a sentire di poter esprimere la mia musicalità, che posso portare avanti giorno per giorno sapendo che sto compiendo un percorso fatto di piccoli passi, senza quella sensazione di girare intorno allo stesso punto senza soluzioni di sorta e per tornare alla nostra barca, a continuare a cercare di stare a galla per non affondare.
Ma soprattutto, recuperare la voce mi ha portato a trarre piacere nel cantare e a recuperare la mia identità. Perchè la voce è la nostra identità, è ciò con cui ci presentiamo agli altri, è ciò che ci mette in relazione con quello che sta fuori. Direi che non è cosa di poco conto.


Leggi anche l’articolo: Edward Tylor: cultura e canto elementi inseparabili

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