Mina: la tigre di cremona, un po’ di storia.

Tutti la chiedono, tutti la vogliono, tutti la celebrano: spesso è lei stessa a gettare acqua sul fuoco degli entusiasmi dei tanti fans, affermando che non è ancora l’ora delle commemorazioni.

Eppure è innegabile: Mina Anna Mazzini, bustocca di nascita, cremonese di formazione, fluttuante in gran segreto tra Svizzera italiana, Lombardia e Versilia, è la più grande cantante italiana vivente di musica leggera.

Un titolo che le spetta di diritto ormai da decenni, in barba anche a Indro Montanelli che, sessant’anni fa, quando ella esordì alla grande catturando il pubblico giovanile del tempo, aveva risposto alla domanda di un collega su cosa pensasse, per l’appunto, di Mina con un laconico e presuntuoso: “Chi è ?”.

Riascoltando i primi dischi di Mina si notano maggiormente delle variazioni stilistiche, prima di impostare una certa uniformità nel canto dagli anni Settanta in avanti.

Le prime cose sono, come allora si diceva, “urlate”, con una voce squillante, ritmata, a tratti un po’ “scat” e magari dando un certo tocco “americaneggiante” anche alla dizione del cantato (non dimentichiamoci del suo “alter ego” degli esordi, “Baby Gate”, nome d’arte adottato per lanciare in Italia brani americani di chiaro stampo rock’n roll, anche con inattesi acuti come nel finale della sua versione di “The diary” di Neil Sedaka), un tocco che raggiunge il culmine con un brano swing del 1960 intitolato “Confidenziale”, in cui perfino la pronuncia di certe parole sembra “angloamericana”.

Col tempo, ecco che la cantante lombarda adotta una tattica preziosa, quella di “vivere” ogni testo che canta e interpretarlo in maniera assai partecipe, pur se talvolta, specie agli inizi, ella cade in certe trappole effettistiche che, a riascoltarle oggi, suscitano un certo fastidio, come quel pianto dirotto che accompagna il finale di “Piano”, brano anche questo del 1960, a firma di Giorgio Calabrese e Tony De Vita, destinato poi al successo mondiale alcuni anni dopo grazie a Frank Sinatra che lo inciderà con il titolo di “Softly as I leave you”.

Gli anni passano veloci e la grande prova arriva nel 1964, quando esce un interessantissimo LP, “Mina”, in cui, a parte “E se domani…” e “Non illuderti”, è la musica delle

Americhe a farla da padrona. In questo modo Mazzini si consacra interprete di classe, dando il giusto “swing” agli “standard” statunitensi e quella dolcezza garbata necessaria per porgere le canzoni “latine” del Sud in lingua spagnola o portoghese. L’ultimo tocco di maturazione si ha poco prima dei trent’anni, verso il 1968, quando la voce si fa meno urlata e un po’ più “scura” e “nasale”, ma è questa la linea definitiva che disegna il canto di Mina come ormai lo conosciamo e che il tempo mantiene inalterato (e crediamo che siano ben pochi i trucchi da sala d’incisione necessari per calibrarne le frequenze: si sa quanto – e lo può confermare senza problemi il suo primogenito Massimiliano, che della musica fa da sempre la propria professione – ella riesca a risolvere tutto, cuffia in testa e base in diffusione, con il classico “Buona la prima !”).

Ancora altri ottanta almeno di questi giorni, mai doma “Tigre di Cremona“, portatrice di un timbro davvero unico, e a presto risentirci con altre nuove e interessanti esecuzioni ! ! !

Baby Gate

Piano

E se domani

Non illuderti

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