LA TAVOLA ROTONDA

Il Griot, maestro della parola

Il griot (o djèli) era il “comunicatore ufficiale” nell’Africa dell’Ovest. Era sì uno storico, ma anche un poeta, un improvvisatore della narrazione, un musicista, un saggio, un consigliere. La società era tradizionalmente organizzata in caste. L’appartenenza alla casta dei griot veniva tramandata di padre in figlio. Essere griot è una questione di sangue. L’arte della parola è una questione di sangue.

I GRIOT ERANO DELLE VERE E PROPRIE BIBLIOTECHE UMANE, GUARDIANI DELLA STORIA E DELLA TRADIZIONE. DA QUI LA CITAZIONE DELLO SCRITTORE MALIANO AMADOU HAMPATE’ BA: “OGNI GRIOT CHE MUORE, PER L’AFRICA, E’ UNA BIBLIOTECA CHE BRUCIA.

Il griot nasce come portavoce del re presso il popolo e presso i sovrani degli altri regni. Ma è anche depositario di conoscenze di carattere religioso, ed in particolare conosce i riti propiziatori più consoni e il “ritmo giusto” da suonare nelle diverse occasioni comunitarie, cerimonie e ricorrenze.

I griot viaggiano insieme ai loro strumenti: la kora, il balafon, il n’goni, il sabar e il djembe sono quelli più utilizzati. Ma gli strumenti non sono solo un accompagnamento: anch’essi parlano, dialogano con il griot stesso e con la comunità che ascolta. Lo strumento diventa quindi un “aiutante” del maestro della parola, perché le dà forza e favorisce l’attenzione e la memorizzazione attraverso il ritmo e le variazioni melodiche.

IL GRIOT HA IL POTERE DELLA PAROLA E IN AFRICA LA PAROLA E’ SACRA: FORZA VITALE CREATRICE CHE ATTIVA E ORDINA L’UNIVERSO, GLI UOMINI E LE COSE.

PAOLO NOVARESIO

Parliamo di parola tramandata oralmente, non scritta. Ecco perché “forza vitale”. La parola tramandata oralmente che passa attraverso la memoria, il cuore e la bocca di un uomo o donna in carne e ossa e che ogni volta si rinnova. Possiamo dire che passa attraverso la sua vita. “Che attiva..” perché ci suggerisce in quale direzione muoverci, alla luce della storia, dell’insegnamento degli antenati, degli errori da non ripetere. “Che ordina l’Universo..” perché come oggi abbiamo le leggi scritte, così nella tradizione africana le buone regole di convivenza e la strutturazione della vita sociale derivavano dalla voce dei saggi, dalla loro preziosa parola, a cui tutti facevano riferimento per orientare le decisioni più difficili.

UNA TRADIZIONE ORALE E’ INEVITABILMENTE UNA PERFORMANCE:
INFATTI NON E’ MAI SOLO LA VOCE AD AGIRE NELLA REALTA’ CONCRETA.

Chiunque parli, reciti, suoni o racconti utilizza diversi codici espressivi. Utilizza la parola, ma anche la prosodia, la mimica, la gestualità, e il ritmo. La tradizione orale è caratterizzata quindi da una comunicazione tridimensionale;; è fondamentale cioè l’aspetto dell’esecuzione che rende il messaggio fruibile e trasmissibile in modo particolarmente efficace e unico. Il ritmo ripetitivo è come un binario su cui la parola può articolarsi in modo ordinato e chiaro;; stimola la creatività e la capacità di improvvisazione dell’artista. La ripetitività crea suggestione, in una dinamica quasi rituale, oltre a favorire la concentrazione dell’uditore.
(Stefania Adessa, la favola africana)

Certo, un elemento fondamentale che ha dato ai griot la possibilità di tramandare la loro parola è la capacità di queste popolazioni di ascoltare. Non di farsi passivamente assorbire da chi ti bombarda con più luci e suoni possibili, chi ti promette profitto e sempre più rapidità. Ma di fermarsi, fermare il tempo e ascoltare la voce di un uomo o una donna, accompagnata da un ritmo ripetitivo, a volte per ore. Perché questo nell’Africa dell’ovest veniva considerato vitale, più del profitto, più dell’orgoglio e della realizzazione personale.

Mi immagino allora come sarebbe avere il griot nella nostra odierna società occidentale: una figura saggia e rispettabile, incaricata per via ereditaria di viaggiare di scuola in scuola, di piazza in piazza, di ufficio in ufficio, a raccontare la nostra storia, le nostre tradizioni e magari gli articoli

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più belli della nostra Costituzione e delle leggi che regolano il nostro vivere insieme. E che tutti si fermassero ad ascoltarlo per ore quando passa, interrompendo nel caso ciò che stavano facendo. Dal punto di vista comunicativo avrebbe certamente un impatto diverso nella costruzione della nostra identità personale e comunitaria rispetto a leggere le informazioni su un libro o su uno schermo.

LE SOCIETA’ AFRICANE ASCRIVONO ESTREMA IMPORTANZA ALLA COMUNICAZIONE, SIA TRA INDIVIDUI CHE TRA COMUNITA’ ED ETNIE DIVERSE: I GRIOT, AUTORIZZATI AD AVERE “DUE LINGUE IN BOCCA”, SONO GLI AGENTI DEL DIALOGO.

PAOLO NOVARESIO

Dunque la relazione con l’ambiente è biunivoca ed è proprio per questo che la tradizione orale può vivere, diffondersi e permanere. Proprio così, la sostanza dei fatti non viene modificata, ma ogni griot ha il proprio stile comunicativo e rivisita i particolari della storia con parole sue e rispettando l’unicità del luogo in cui si trova in quel momento a raccontare. E’ incredibile e spiazzante secondo la nostra visione della storia, cioè quella in cui si richiede fedeltà ad uno stereotipo. All’interno della tradizione orale invece ogni individuo è un potenziale creatore. E il “pubblico” non si aspetta di sentire ogni volta le stesse parole, ma ritiene anzi importante la costante rivisitazione e rinnovamento della forma. Solo così la tradizione orale può vivere.

NON ESISTE UNA PERSONA CHE NON POSSA CANTARE! LA QUALITA’ DELLA VOCE NON INTERESSA. E’ LO STATO DEL CUORE CHE SI RIVELA ESSERE DI MAGGIORE IMPORTANZA.

Ci sono certamente cantanti africani professionisti, ma “fare” la musica non è riservato esclusivamente a loro. La musica in Africa appartiene all’intera comunità, perché non è mai fine a se stessa bensì correlata a varie esigenze sociali collettive: mantenere la memoria, unire gli individui, collegare gli uomini al mondo spirituale. Tutte questi aspetti danno al “brano musicale” il senso di esistere.

LA VITA E’ INIZIATA ALLA FINE DEL PERCORSO DEL VENTO, E’ INIZIATA CON LA PAROLA. E’ PER QUESTO CHE IL NOSTRO SAPERE DI GRIOT NON LO SCRIVIAMO. HO UN NONNO CHE MI HA DETTO: SE SCRIVI LE MIE PAROLE, METTI LORO LE CATENE. ECCO CHE LE PAROLE NON VIVRANNO PIU’

IBRAHIMA DIABATE (Griot del Mali)

Credo che ci sia un po’ di griot nel nonno che racconta ai nipotini la storia della sua vita;; o nel bluesman che improvvisa una strofa della sua ballata mettendosi in dialogo col suo pubblico. C’è un griot nel predicatore che lancia un saggio messaggio di speranza durante un’assemblea religiosa. Ma anche nell’insegnante che capisce di dover mettere in campo non solo parole e conoscenze ma anche altri strumenti comunicativi e soprattutto la sua umanità.

La figura del griot mi fa riflettere insomma sulla forza generatrice della parola nel momento in cui parte dall’individuo che è dentro la comunità, è al suo servizio, e questa a sua volta è in grado di ascoltare, ha tempo di ascoltare, partecipa e interagisce, in un dialogo che costruisce identità e punti di riferimento sicuri e fondamentali per ogni essere umano.

NOI SIAMO NATI GRIOT, GENERAZIONE DOPO GENERAZIONE, LA NOSTRA VOCE E’ LA STESSA VOCE CHE TRASMETTIAMO. FINO ALLA FINE DELLA VITA SULLA TERRA, FINO ALLA FINE DEI TEMPI, QUI I GRIOT NON SCOMPARIRANNO.

SEYDOU DIABATE (Maestro della parola)

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