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Giovanna Daffini: una voce fuori dal coro

Marcella Inga scritto da Marcella Inga
03/12/2025
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INDICE ARTICOLO

  • «Giovanna Daffini era una grande madre, genitrice non solo di figli, ma entità e nume tutelare della nostra terra e della nostra cultura» (Massimo Zamboni, chitarrista, cantautore, scrittore) 
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«Giovanna Daffini era una grande madre, genitrice non solo di figli, ma entità e nume tutelare della nostra terra e della nostra cultura»
(Massimo Zamboni, chitarrista, cantautore, scrittore) 

Non è facile etichettare la voce di Giovanna Daffini né inserirla in una delle tante categorie cui si è soliti pensare quando si parla di canto. La voce di Giovanna è stata qualcosa di unico, una voce non “educata” né impostata, spontanea e istintiva, un misto di potenza e incisività.
Ne fu colpito Gualtiero Bertelli, cantautore veneziano e fondatore, negli anni ’60, del Canzoniere popolare veneto, quando l’ascoltò per la prima volta, tanto da dichiarare in un’intervista: “ Io non ho mai sentito una voce che mi abbia emozionato così tanto. E di voci ne ho sentite, bellissime, belle, meno belle, interessanti, meno interessanti, ma voci così non ne ho più sentite.”
Ne fu colpito il regista Victor Tognola, che realizzò un documentario sulla vita di Giovanna e che disse di lei: “Dopo averla ascoltata rimasi colpito al cuore, come tantissimi altri che col tempo ho avuto occasione di conoscere. La voce di Giovanna ha lasciato un segno che non va via facilmente”.
Giovanna Marini rimase altrettanto impressionata, soprattutto dalla potenza dei suoi acuti. Giovanna Daffini era nata a Villa Savoia in provincia di Mantova il 22 aprile 1914.
giovanna daffini mondineLa sua era una famiglia contadina, di umili origini. Giovanna Daffini aveva imparato dal padre a suonare la chitarra e fin da giovanissima aveva cominciato a esibirsi nelle chiese, nelle osterie, nelle sagre di paese nelle cerimonie nuziali, nelle feste. Dal 1927 al 1952 aveva lavorato come mondina nelle risaie piemontesi e della Lomellina e durante quei lunghi mesi aveva potuto apprendere i canti di lavoro delle mondariso, che avevano contribuito a fortificare la sua voce, dandole la possibilità di cantare a lungo senza affaticarla. Le mondariso, com’è noto, lavoravano nelle risaie del nord Italia per circa 40 giorni all’anno, trascorrendo interminabili ore piegate in avanti, con le mani e i piedi nell’acqua, per togliere le erbacce che infestavano le giovani pianticelle di riso.
Era un lavoro massacrante, svolto spesso sotto il sole cocente dell’estate, in continua lotta contro insetti, bisce e zanzare che non davano tregua. Il padrone, proprietario della risaia, osservava e controllava costantemente che il lavoro procedesse nel modo migliore. Spesso maltrattava le donne e se qualcosa non funzionava o non era abbastanza all’altezza delle aspettative, il licenziamento era assicurato.
Il canto allora aveva la funzione di rendere meno pesanti quelle lunghe ore, stabilire legami di unità e solidarietà tra le donne, dare il ritmo al lavoro collettivo. Le voci potenti delle mondine risuonavano in ampi spazi, si sentivano a grande distanza, perché tutte e tutti potessero ascoltarle. Attraverso il canto spesso le donne intendevano comunicare al padrone quello che volevano che lui sapesse e in questo Giovanna Daffini non si risparmiava, il suo era molte volte un canto di lotta e di protesta, come Sciur padrun da li beli braghi bianchi, una delle canzoni più conosciute del suo repertorio, dove il padrone viene accusato di non pagare abbastanza quel lavoro pesantissimo, che avrebbe dovuto essere retribuito in maniera giusta ed equa.
Il padrone era descritto con “li belli braghi bianchi” perché, a differenza delle mondine, non si sporcava lavorando con le gambe immerse nel fango per ore.

Testo
Sciur padrun da li béli braghi bianchi,
fora li palanchi ch’anduma a cà.
A scuza, sciur padrun, s’a l’èm fat tribulèr,
l’era li prèmi volti, ch’a’n saiévum cuma fèr.
E non va più a mesi e nemmeno a settimane,
la va a poche ore, e poi dopo andiamo a cà.
E quando al treno a s-cefla i mundéin a la stassion
con la cassietta in spala; su e giù per i vagon!

Traduzione:
Signor padrone dalle belle braghe bianche, fuori i soldi, che andiamo a casa. Scusi, signor padrone, se l’abbiamo fatto penare, erano le prime volte, e non sapevamo come fare. E non va più a mesi e nemmeno a settimane, va a poche ore e poi dopo andiamo a casa.
E quando il treno fischia le mondine alla stazione con la cassetta in spalla su e giù per i vagoni.

Nel 1933 Giovanna Daffini è a Gualtieri, in Emilia, nel paese natale del pittore Antonio Ligabue, che ha occasione di conoscere e col quale riesce a stabilire un rapporto di fiducia. Lui viveva prevalentemente nel bosco e ogni tanto andava a trovarla. Giovanna gli preparava qualcosa da mangiare e lui era contento, perché lei non lo trattava male e non lo derideva come facevano invece le altre donne del paese.
Una sorta di tacita intesa, tra persone umili e semplici. A Gualtieri Giovanna incontra Vittorio Carpi, violinista vedovo con quattro figli e decide di sposarlo, dando vita a un sodalizio artistico, oltre che affettivo. Insieme crescono i bimbi di lui, ai quali più tardi si aggiungerà Ermanno, unico figlio nato dalla loro unione.
Insieme portano la loro musica nelle feste di piazza, nei mercati, nelle osterie, ai matrimoni, ai battesimi, alle feste famigliari. Vittorio si considera il vero professionista, provenendo da una famiglia di virtuosi violinisti. Per lui musicalmente Giovanna Daffini non è all’altezza, è mediocre e di scarso valore. In realtà sarà proprio lei a spiccare il volo, quando nel 1962 gli etnomusicologi Roberto Leydi e Gianni Bosio la ascolteranno e, colpiti dalla forza emotiva della sua voce e dal suo carattere vitale, forte e coraggioso, le proporranno di incidere un disco e di collaborare con il Nuovo Canzoniere italiano, gruppo musicale fondato in quegli anni a Milano, con lo scopo di recuperare e diffondere canti popolari, di lavoro e di protesta.
Questa nuova avventura la porterà nel 1964 a partecipare al Festival dei due mondi a Spoleto con lo spettacolo Bella Ciao, cui seguiranno Pietà l’è morta e, nel 1966, lo spettacolo di canti popolari Ci ragiono e canto, con la regia di Dario Fo, oltre a innumerevoli concerti nelle piazze e nei teatri in tutta Italia e all’estero.
Giovanna Daffini muore a Gualtieri il 7 luglio 1969, dopo una lunga e sofferta malattia. Nel panorama musicale di oggi una voce come la sua non avrebbe spazio, troppo particolare e troppo legata a repertori di protesta e denuncia, una voce popolare, antica, una voce “scomoda”.
Ma è anche grazie a lei e alla sua determinazione che si è potuto recuperare e valorizzare un patrimonio che rappresenta una grande ricchezza per il nostro Paese, dal punto di vista storico e soprattutto umano.

Altre canzoni di Giovanna Daffini:
https://www.youtube.com/watch?v=sP-7kECZ6Ow
https://www.youtube.com/watch?v=HqlOkKQZE5U
https://www.youtube.com/watch?v=yTdWr-bRmrI

Fonti: https://www.youtube.com/watch?v=mxiO5cdolfc
http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/giovanna-daffini/
Chiara Ferrari – Le donne del folk- edizioni Interno4 
L’amata genitrice – documentario di Victor Tognola


Leggi anche l’articolo: Playlist brani studio #2

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