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Gianluca De Rubertis, l’ermeneuta dell’universo umano

Gianluca De Rubertis, l’ermeneuta dell’universo umano

“Su quella pelle di luna cotta/ Su quella faccia di bimba bella/ Io ci ponevo una caramella/ Con il cappello con la bombetta/ La luna piange lacrime arcane/ Proietta l’ombra di pipistrello”. Questi versi, così cupi e misteriosi, potrebbero essere tranquillamente quelli di una ninna nanna cantata dal conte Dracula ad una bambina il cui profilo riporta alla mente Alice e il suo paese delle meraviglie.

Gianluca De RubertisE invece, proprio come nell’immaginifico regno in cui si catapulta la celebre sognatrice dei racconti di Lewis Carroll, ciò che si rende visibile non è altro che una delle porte aperte alle infinite vie dell’inconscio.

I versi in questione appartengono ad una delle firme più originali del panorama italiano: Gianluca De Rubertis. Autore raffinato e poliedrico musicista in continua sperimentazione che mescola con grande gusto ed eleganza le vette più alte di un pop sinfonico in relazione con gli astri e i profondi abissi di cui il cantautorato più affascinante, inquieto ed epico si è animato dalla scuola di Genova in poi.

Gianluca De Rubertis, splendido vampiro della canzone italiana, è quel raggio di luce nella fredda ombra di cui si sentiva il bisogno; un poeta visionario dalla voce misteriosa che, seguendo i punti d’una sacra costellazione formata da artigiani della parola, della lingua, della phoné, ha costruito uno stile personalissimo e coraggioso che sfida il nulla cosmico dei nostri (mal)tempi conducendo l’ascoltatore verso altre dimensioni in cui “Tra cascate di stelle” è possibile percepire il calore “Della luce di Sirio, di quelle lontane”.

Una penna in continuo slancio verso l’ignoto che oscilla tra il bagliore di una chimera e la ricerca di auto-spaventarsi. Nel 2012, dopo aver trascorso esperienze nel gruppo musicale “Studiodavoli” e nel duo “Il Genio”, intraprende un percorso da solista che lo porta alla realizzazione di tre album (Autoritratti con oggetti, L’universo elegante, La violenza della luce).

Nel 2024 è prevista l’uscita del suo ultimo lavoro, un disco il cui titolo rimane ancora ignoto ma di cui già si conoscono tre tracce che ne preannunciano le atmosfere. Prima di volgere l’attenzione all’intervista bisogna soffermarsi su un aspetto: tale scambio di battute avviene poco dopo l’uscita del singolo “Il pellicano”, uno splendido affresco sull’infanzia evocato da un’aura pop che si manifesta attraverso il sacro.

Il brano mostra uno degli elementi naturali che abitano il cosmo interiore del nostro viaggiatore-autore e che da sempre lo mette in relazione con il cosmo esterno che lo abita: il mare. Le onde del mare però, come ci mostra Gianluca De Rubertis in altre canzoni, possono rivelarsi anche un terribile incubo, divenendo un tutt’uno con il cielo oscuro della notte, lo specchio marino di ombre stellari che si manifestano come uno squarcio sulla morte del pensiero e si mescolano dando vita ad immagini figlie del migliore cinema espressionista.

Quest’altro lato della sua poetica si lega perfettamente all’idea del doppio, dell’infinità di “Io” di cui siamo fatti; uno specchio frantumato in innumerevoli significanti da ricercare nei sogni e nei simboli capaci di descriverne il lato oscuro, uno fra tutti le piramidi.

In questa intervista sviluppata sui ricordi e sul mistero che si portano dietro, sull’eterno, sulla paura del buio e sulla ricerca di un altrove, Gianluca De Rubertis ci guida non solo alla scoperta della sua musica ma soprattutto alla scoperta di noi stessi, partendo (come il suo conterraneo salentino Carmelo Bene) dall’addio. Quell’addio che non chiude il sipario ma lo spalanca sull’esistenza umana.

“Il pellicano” è un’immersione nei ricordi il cui rifiorire mostra il passare del tempo esteriormente ma che attraverso il pensiero mantiene la propria fiamma accesa. Da quali memorie è sceso questo “pellicano” e che viaggio hai percorso per la realizzazione del brano e dell’album di cui fa parte?

Guarda, come nel novantanove per cento dei casi di ciò che faccio, credo non si tratti mai di una cosa programmata. La musica è venuta fuori quasi istantaneamente e anche il testo si è palesato in questo modo. Sono uno che lavora molto velocemente con i testi, salvo rari casi.

Mi è venuto naturale fare un tuffo in qualche ricordo, iniziando da alcune immagini di quando ero molto piccolo, e da lì ho seguito un percorso che parte dalla prima infanzia e giunge ai primi amori, ai primi confronti con le amarezze che la vita comporta, sono “le nuvole che offuscano il sereno”.

“La violenza della luce”, l’album precedente, è stato scritto nell’arco di qualche mese, quest’ultimo invece raccoglierà delle canzoni distanti nel tempo, scritte in diversi momenti temporali. La mia modalità di scrittura, che è del tutto automatica come dicevo, si dipana nel carpire le cose più immediate e sincere.

Il disco che uscirà è scritto in un tempo più ampio, sarà composto da dieci canzoni, tra cui anche una cover di un pezzo di Riccardo Cocciante; è un brano che mi è tornato in mente quest’anno, ad aprile, e che fa parte dei miei primi ricordi di quando ero fanciullo e si facevano le festicciole fatte in casa, si ballavano i lenti. Il brano è “Era già tutto previsto”, una canzone d’amore e di dolore, che ho trasformato in un qualcosa di più attuale e ballabile, sono veramente curioso di come verrà accolta. Parlando invece degli altri brani, lavorandoci su mi sono reso conto quali fossero quelli che scalpitavano, quelli che mi chiamavano a gran voce; e ripeto non c’è un programma.

È sempre tutto in divenire. Ti racconto questa: avevo un’idea musicale da un anno, non ci cavavo nulla, e sono uno che non forza le cose, anche quando c’è una cosa che mi piace molto, magari è una cellula di venti secondi, non la violento, perché fino a quando non arriva il momento giusto aspetto.

Un giorno mi sono svegliato alle 6:00 del mattino e la canzone che cercavo l’avevo in testa, proprio come doveva essere, e così ho scritto subito il testo sulle note dell’Iphone nel giro di un quarto d’ora, poi mi sono riaddormentato.

Preferisco che le cose arrivino in questa maniera invece che stare lì a studiare una strada precisa, anche perché la forma canzone è simile alla poesia e forzare il percorso di una poesia lo trovo un po’ paradossale, mentre forzare la strada su grandi strutture, come nel caso dei romanzi, probabilmente può anche rivelarsi necessario a volte.

Gianluca De Rubertis pellicanoCredi che ogni ascoltatore attraverso “Il pellicano” possa perdersi nei territori sconosciuti dell’infanzia vivendo il proprio flusso?

Sinceramente non lo so. Dico sempre che ogni volta che le canzoni escono fuori e vengono ascoltate non sono più di noi che le scriviamo ma diventano un po’ di tutti e quindi credo sia anche giusto che ognuno veda all’interno della canzone quello che vuole vedere.

In fondo, quando ascoltiamo le canzoni che ci piacciono vediamo sempre un po’ quello che vogliamo vedere noi; se chiedessimo all’autore il vero significato di ciò che ha scritto resteremmo forse delusi, la sensazione che il brano ci dona non deve collimare per forza con quella che ha provato chi ha scritto.

È più importante che ognuno senta i propri significanti e che li trasformi nei propri personalissimi significanti, è quella la faccenda alla fine. Del resto, parliamo tanto, ma il discorso fatto dall’essere parlante non è comprensione pura, ma soltanto interpretazione. 

O ciò che tenta di essere un’interpretazione…

Esatto.

Di questa canzone mi ha colpito molto un momento che recita: “E quel bambino biondo è ancora lì che osserva le profondità del mare”. Che rapporto avevi con il mare e il suo suono? Ti spaventava? E quanto di tutto questo lo hai riportato nel brano e nel tuo presente?

Sono nato a Lecce, quindi sai bene che lì il mare è una faccenda imprescindibile. Poi ho avuto la fortuna di passare tutte le estati nella bella casa di famiglia al mare, e quindi il mio rapporto con esso è sempre stato forte.

In realtà da bimbo il mare mi ha sempre fatto paura, per fare il primo tuffo da un metro d’altezza ci ho messo tanto. Ricordo che sono stato per giorni a pensarci, ma non riuscivo a prendere coraggio. Che poi questa faccenda del tuffo si lega moltissimo a “Lorenzaccio” di Carmelo Bene, all’atto che cancella l’azione.

Faccio un esempio: se tu sei su uno scoglio alto dieci metri e hai paura di tuffarti, per compiere il gesto del tuffo devi per un attimo de-pensare tale gesto, altrimenti non lo farai mai. È vero che spesso Carmelo Bene viene accusato di essere criptico o estremamente cerebrale nello spiegare questi meccanismi ma in realtà diceva una cosa semplicemente perfetta, ed è anche compito nostro tramutare in parole semplici quello che è stato in grado di farci capire, si tratta di questo: per compiere un atto devi davvero cancellare per un istante il pensiero, tutto qui.

Un bimbo su un ridicolo scoglietto alto mezzo metro, per giorni a guardare le acque del mare, incapace di fare il salto. Poi si tuffa, mentre il pensiero se ne va in vacanza.

E in quel momento hai de-pensato.

Lì de-pensi per forza. Sto lasciando Milano dopo 18 anni, torno a Lecce, trovo comunque che il mare sia un elemento fondamentale, a me piace tantissimo e amo viverlo, nonostante rappresenti anche qualcosa di spaventoso.

Col mare devi saperci fare perché ti può anche fare male se non sei attento, se non capisci il suo essere in qualche modo implacabile.

È fondamentale questa cosa, cosa che, tra l’altro, ho anche riportato nella canzone “La vita è sogno” che fa parte di un mio disco del 2015 dove nel ritornello dico: “Come la notte cupa dell’alto mare/ come le stelle lo spazio siderale”, intendendo il buio profondo del mare come un universo, un qualcosa di sconosciuto, che fa una paura immensa e si avvicina ad un concetto di necrosi, di morte del pensiero, il che è terrificante, ma tutto questo è dentro di noi.

La necrosi del pensiero o il pensiero della morte, sono concetti insiti nel pensiero vivente e fanno parte, assieme ad esso di qualcosa di unico e inscindibile.

Passando dal mare alla terra ferma, nel brano c’è uno straordinario passaggio di scrittura che recita: “La quercia gelida nel parco/ Madre austera dei bambini/ Che si sanno arrampicare”.

Sono rimasto particolarmente colpito da questa quercia che mi riporta a Pinocchio, agli Ent di Tolkien o all’albero dell’Axis Mundi. Dato il tuo essere un cantautore visionario in cui noto dei tratti fiabeschi, che simbologia ha quest’albero all’interno della canzone? Che ruolo ha?

Quello è un ricordo reale, perché quando ero piccolo ci recavamo spesso al Parco Comunale di Lecce, c’era una quercia gigantesca. Tra l’altro il Salento è una zona dove cresce una razza di quercia particolare che si chiama Quercia “Vallonea”, è una specie protetta.

Quella del parco era certamente molto grande, ma a me che ero piccino appariva gigantesca. Ricordo che mio fratello, più grande di me, si arrampicava e io cercavo di raggiungerlo; ho quindi dei ricordi molto belli al riguardo.

In realtà poi a queste cose non ci ho pensato nemmeno in fase di scrittura. Penso che, al di là dei miei ricordi, il brano tratti di cose molto semplici in cui tutti si possono rispecchiare.

Gianluca De Rubertis flussoHai definito “Le piramidi” un brano completamente verticale dove lo sguardo spazia dalla terra al cielo, penetrando la spina dorsale d’un solido antico millenni, fino all’universo infinito di linguaggi che fluttuano oltre i cieli, linguaggi nuovi e inusitati che per te sono la vita stessa.

Qual è la chiave d’accesso alla tua misteriosa, solare ed elettrica Piramide?

“Le Piramidi” è un brano che ha a che fare con la mia teoria del linguaggio, che deriva da tante cose che ho studiato, tra cui anche Carmelo Bene; per te, per me come per tanti, si dimostra essere una figura di grande rilievo filosofico, è un medium che dà accesso a migliaia di cose che non avresti conosciuto senza di lui; attraverso di lui si dipanano una miriade di pensieri d’altri, lui è riuscito a veicolarli in un anti-pensiero suggestivo e affascinante.

Per cui ne “Le piramidi” c’è questa mia visione del linguaggio che in qualche modo, per me, è una questione anche viscerale e sessuale; l’orgasmo è una forma di de-pensiero attraverso cui si può creare una nuova vita, perché tramite esso possiamo arrivare all’atto della fecondazione. Ho sempre pensato a questo apice come un momento in cui si crea un nuovo linguaggio, come se ci fosse un serbatoio universale di linguaggi ancora da venire, che divengono possibili ogni volta che un nuovo cervello abita questo pianeta.

Quindi è come se perforandoci a vicenda, o scopando insomma, dando alla luce nuova vita non facessimo altro che raccogliere una porzione di linguaggio universale che sta lì pronta ad essere coltivata; il linguaggio è inesauribile, siamo otto miliardi ma ogni persona ha un linguaggio unico che è impossibile da replicare. Nel brano, tutto questo discorso l’ho poi associato alla figura della grande piramide di Giza, in quanto simbolo di un’altra faccia del linguaggio, quella che non si conosce non perché deve ancora venire ma perché è venuta e poi si è smarrito. Questa canzone parla dei linguaggi sconosciuti sia passati che futuri.

Che poi in fondo, a pensarci bene, quel tuo discorso sull’orgasmo rientra perfettamente in quel momento del de-pensamento da cui nasce qualcosa.

Esattamente, l’orgasmo è Lorenzaccio, siamo in un Aion che è solo immediato, che forse si affastella in un serbatoio universale di infiniti Aion. Ad ogni modo lì c’è il de-pensiero, perché non ci siamo con la testa.

Il tuo percorso da solista ti ha condotto verso un pop sinfonico che mescola sapientemente cantautorato ed estetica retrò con visioni immaginifiche dal sapore fresco, a volte futuristiche addirittura frutto anche delle letture di fantascienza, mantenendo sempre un poetico velo malinconico. Come si entra nel cosmo interiore di Gianluca De Rubertis?

Io credo che ognuno di noi sia pieno dei propri migliaia di doppi, giusto per rimanere a braccetto con il nostro amato Carmelo, e con Artaud se vuoi, perché fuori siamo una cosa, ma dentro conteniamo stimoli infiniti. Solo che, come dicevo all’inizio, ognuno si crede vivo in un unico pensiero complessivo, ha una sua visione delle cose, e se la porta appresso. 

Per quel che riguarda me sono molto cervellotico, faccio fatica a rilassarmi, posso anche affondare in un divano dicendo: “Ah, che bello, ora non faccio un cazzo!” ma il guaio è che non riesco a fermare il pensiero.

Per provare a rilassarmi gioco a scacchi, viaggio con la testa, facendomi molte domande, domande siderali, cosmiche (e infatti la parola “universo” compare in molti miei brani), sono domande da cui sono sempre stato attratto.

Percepisco la profondità abissale del mare fondersi con quella glaciale dello spazio in un qualcosa di unico, sento miliardi di voci che urlano, che giungono da ogni parte di questo tutt’uno, sento una sofferenza gigantesca che abita l’essere umano; a volte mi costringo a non pensarci, perché mi destabilizza. Sai, questo tipo di empatia può diventare pericolosissimo perché quando sei così in empatia con la sofferenza planetaria, cosmica, non hai tregua.

Nella canzone canti: “E non siamo lunatici perché siamo solari” ma, aggiungo io, il guaio è che capita di essere lunari e andare verso il buio della notte. 

Ma infatti io sono più lunatico che solare, ampiamente. Nel caso della canzone c’è l’immagine imponente della piramide che mi “obbliga” ad essere solare in quel preciso momento.

Trovo che le tue canzoni siano cariche di metafore che attraverso l’utilizzo di queste immagini stupende, come quella del mare di notte che diviene lo specchio dello spazio cosmico e che dà l’idea astratta di una pellicola espressionista, riesci a trasformare la musica in poesia. Come puoi introdurci al tuo mondo allegorico?

Mi rendo conto, ma sempre dopo ho scritto, di avere questa simbologia di cui parli e che è molto forte. Cito spesso la luna, l’universo, credo di aver abusato della parola siderale. È una parola che trovo bellissima perché mi dà la sensazione di qualcosa di sconosciuto e gelido e che allo stesso tempo assomiglia a Dio, ad un diamante gelido oserei dire, ad un oggetto ignoto che si staglia al di là del bene e del male.

Per cui è una simbologia che mi possiede in maniera del tutto naturale, sono l’ermeneuta di me stesso. Il pellicano, nello specifico, è il simbolo delle cose semplici, quelle che non hanno prezzo, perché tu puoi comprare quello che ti pare, ma il ricordo di una castagna arrostita mangiata con tua madre non ha prezzo. 

“Con le carezze di un amore pellicano” dice il ritornello, perché il pellicano è un simbolo cristiano e rappresenta un amore simile all’Agape, un amore incondizionato che non vuole niente in cambio, insomma un amore che non è né erotico né di appartenenza, ma è semplice, come quello che prova un uomo che osserva un bimbo e gli fa una carezza.

Leggendo molte delle tue interviste e ascoltando le tue canzoni percepisco da parte tua una forte connessione con Battiato, oltre che un’impronta spirituale non indifferente. Che rapporto hai con la spiritualità? E come si manifesta attraverso la tua musica?

Penso di essere una persona spirituale. Poi, come molti di noi del mestiere, appartengo alla razza di “quei cialtroni degli artisti, scopatori pederasti tristi” per citare Claudio Baglioni; siamo molto bravi a scrivere cose che commuovono, che conducono all’essenza dell’essere umano, ma poi in realtà nella nostra vita di tutti i giorni siamo anche dei mostri su due gambe, delle cose oscene, anzi siamo dei “cosi con due gambe che fanno tanta pena” come dice Gozzano.

Per cui, personalmente, mi batto e combatto contro me stesso, per provare ad essere un uomo migliore di quello che sono ogni giorno. Ci si prova. Credo che anche Battiato abbia combattuto questo tipo di battaglia con sé stesso, ma credo che l’abbia vinta prima di molti altri. Tornando al principio della domanda, sono un essere estremamente spirituale e di domande me ne faccio continuamente, poi essere religiosi vuol dire, appunto, farsi delle domande. In questo senso Leopardi era un grandissimo religioso, perché attraverso la sua scrittura pone molteplici e gigantesche domande.

Come sai, in teologia, ed è sacrosanto, si danno solo domande, mai risposte. Una risposta ad una qualsiasi domanda di quel calibro contiene a sua volta altre milioni di domande che rimandano all’infinito, alla “cruda luce” di Tristano e Isotta, a quel diamante di ghiaccio di cui parlavo prima. Persino Derridà nella Grammatologia, in chiusa, arriva a scrivere: “Le origini del linguaggio sono forse da ricercarsi nella teologia”. Dopo centinaia, migliaia di pagine, l’eruditissimo Derridà, lo studioso razionale, giunge a questa conclusione, è sconvolgente.

Che tipo di dialogo hai invece col buio? Lo frequenti? Ti faceva paura da bambino? Penso ad alcune tue canzoni come, in particolare “Io Addio”.

Ho paura del buio, però non inteso come oscurità fine a sé stessa, ma come magma inconoscibile dal quale è impossibile scappare, sono claustrofobico. Il buio pesto mi fa perdere l’orientamento, mi manda in pappa il cervello e sicuramente questa sensazione nelle canzoni si riversa, nonostante io sia anche un animale notturno, ho sempre vissuto la notte.

Le canzoni di cui parli sono tra le mie prime da solista; ma certe atmosfere torneranno anche all’interno di quest’ultimo album attraverso un brano che si chiama “Notte oscura”. Questa notte oscura di cui parlo è ispirata a “La notte oscura dell’anima” di San Juan de la Cruz. “Notte fortunata” scrivo, riprendendo proprio il testo della noche oscura.

La notte, in realtà, è il momento in cui si fa una sorta di resa dei conti con sé stessi. Sei disteso, in una posizione che presagisce la morte. Il buio ha a che fare con l’erotismo, con il dolore, con le sconfitte, c’è un’estrema e gigantesca sensualità che sento. Sono un essere molto sensuale, proprio dal punto di vista della sensibilità dei sensi.

Ad esempio “Io Addio” è una canzone il cui testo è stato scritto probabilmente in venti minuti, perché è arrivata nel momento giusto; prima di scriverla sono stato per giorni sdraiato a guardare il soffitto, cercavo qualcosa, poi un giorno mi sono alzato in piedi, avevo la canzone pronta, non ti so dire perché. È un brano che parla di un rapporto con una donna, ma la canzone racconta anche delle cose mai vissute, in una mescolanza di realtà e immaginazione, con la consapevolezza che l’amore sensuale perde sempre, non ha un futuro, diciamoci la verità; il ché si lega al concetto di buio e al fatto che associo l’amore sensuale e sessuale al buio, alla disperanza. Ho sempre associato l’amore ad una sorta di malattia, poi è possibile che duri anche tutta la vita ma si deve per forza trasformare in un’altra cosa.

L’amore passionale è per me un morbo effimero, caduco. Anche nell’album “La violenza della luce” c’è un po’ di tutto questo, perché la ricerca disperata di una luce è possibile proprio perché ci si trova in un momento di grande oscurità. Nelle mie canzoni c’è anche l’auto-spavento, quello di Macbeth. Ho capito che nelle canzoni faccio spesso in modo di auto-spaventarmi, scrivo di cose che mi fanno paura; non è altro che quel che facciamo da bambini, il voler spaventarsi, e che poi ci portiamo dietro continuandolo a fare anche da adulti.

Da grandi aumenta il rischio, la perversione, ma sempre di quello si tratta, e tutto questo discorso credo che lo possiamo associare a quanto detto prima su Battiato e su quel tipo di percorso, basti pensare al suo: “Emanciparsi dall’incubo delle passioni”. Tutto qua.

E della parte onirica che pervade molte delle immagini che evochi? Che peso hanno i sogni nelle tue canzoni? Inoltre, hai mai preso spunto da un tuo incubo per scrivere un testo?

Dunque, alcune mie canzoni somigliano a degli incubi, penso soprattutto a “Labbracadabra”. Ti confesso che ho un rapporto specialissimo con l’incubo. Sono anni che scrivo una sorta di diario intimo onirico che si chiama “Il sognambulo”, il cui concetto è un po’ quello de “I canti di Maldoror”, in cui scrivo di tanti sogni che ho fatto. 

Si tratta di sogni stranissimi che non dimenticherò mai, alcuni molto spaventosi, mistici e assurdi. Quindi sì, metto anche questa mia parte nelle canzoni.  Urlo spesso durante il sonno. Negli ultimi anni ho fatto anche degli strani sogni che riguardano Franco Battiato.

Prima o dopo la sua morte?

Sia prima che dopo. Quest’anno ne ho fatto uno che mi ha colpito moltissimo. Dopo sono andato a cercare delle interviste, molto interessanti al riguardo. Sono sicuro che lui avesse davvero un’energia incredibile.

C’è una mia canzone che si chiama “Pantelleria”, scritta in automatico, come tante altre di cui ti ho parlato; mi sono svegliato alle 6 del mattino con le parole nella testa, mi trovavo a Milo, sulle pendici dell’Etna, in una casa affianco proprio a quella di Franco Battiato. L’ho sognato numerose volte, nelle maniere più strane, con sogni interessantissimi, pieni di simboli.

E invece l’incontro-scontro tra il buio e la luce?

Credo che questa cosa ci sia sempre nella vita. Diciamo che, come un suono si propaga nell’aria, la vita si propaga nell’universo. Un’onda sonora è fatta di creste e di avvallamenti, e così anche la vita, ora siamo su e ora giù, sono momenti necessari della vita stessa. È un continuo passaggio tra il buio e la luce.

Bisogna però vedere come siamo allineati nel momento finale, quando si muore, forse è la cosa più importante. Mi piacerebbe essere allineato verso la luce, essere pronto. Bisogna sicuramente guardarsi nel profondo, ognuno di noi dovrebbe farlo, anche se attorno a me non vedo questa grande voglia di interrogarsi e soprattutto di concentrarsi.

Forse è anche per questo che non ho milioni di ascoltatori, perché magari faccio qualcosa per cui serve una concentrazione che oggi non tutti hanno, non lo so, io sono molto concentrato, sempre.

Una volta in un’intervista hai parlato dell’inutilità dell’arte. Quanto è importante questa sua inutilità?

È fondamentale. Credo, e forse l’ho detto anche in quell’intervista, che la bellezza dell’arte sia la sua inutilità. Perché gli stadi sono gremiti di gente? Perché i tifosi vogliono vedere un gesto memorabile, vogliono la piroetta, il grande gesto sportivo. Che poi se ci pensi questo gesto sportivo non serve a un cazzo, non ha alcuno scopo sociale, umanitario, e per me questa è l’arte. Quando una cosa è talmente inutile allora, forse, è artistica.

Avendo tra le mani “Sono apparso alla madonna” del nostro amatissimo Bene ho segnato un paio di frasi monumentali e lapidarie che vorrei condividere con te per chiudere il sipario di questa intervista, la prima è in realtà una citazione omerica: “E gli dèi concessero agli umani il dolore perché non mancasse materiale ai poeti.

” L’altra, invece, fa così: “Certi tramonti, è vero, non torneranno più, ché appena il disincanto adolescente alza dal pavimento dell’infanzia il suo volto confuso, ha già negli occhi l’ultimo tramonto.” Cosa aggiungeresti a queste massime?

È già tutto scritto in queste frasi che sono da pelle d’oca. È vero che senza l’addio non si fa nulla, anche perché la nascita è già un addio. Ogni giorno dovremmo dire addio al secondo che passa, a quello che stavamo facendo.

A volte mi viene da dire che la nostalgia sia una cosa sciocca ma poi il mio essere sensuale, sensibile, mi porta a sentire che dentro di me ci sono fiumi di lacrime. Siamo stati costruiti in maniera formidabile, siamo alla continua ricerca di qualcosa, e questa ricerca insensata è l’unica cosa che ci permette di darci un senso, sopravvivere: l’addio a sé stessi è l’unico modo per ricominciare da sé stessi. Ne “Il pellicano” c’è sicuramente questo aspetto nostalgico, in fondo sono un sentimentale.

Schiller fa una perfetta distinzione tra artista ingenuo e artista sentimentale. Io sono senz’altro un sentimentale. Schiller cita tra gli ingenui Omero, per capirci, artisti che descrivono la natura con formidabile spietatezza e imparzialità. I sentimentali, come Chopin, sono condannati a guardare un mare infinito e meraviglioso, non hanno mai il coraggio di buttarcisi dentro.

E allora cos’è la nostalgia? Non riguarda il passato, ma il mistero, noi piangiamo per ciò che non conosciamo. L’ingenuo invece ha il coraggio di gettarsi in quel mare aperto… anche se è più gelido, anche se fa paura.

L’infanzia è la nostalgia dell’eterno?

Si… e questa domanda bellissima è già la risposta. Non a caso i vecchi somigliano molto ai bambini, perché si ritorna sempre lì e c’è qualcosa che ci prepara alla morte, a quel passaggio che si spera possa assomigliare ad una placenta accogliente. Non lo sappiamo, questo inconoscibile tormentava Ugo Foscolo, e noi possiamo aggiungere ben poco…


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