Pirandello, Socrate: la voce, il flusso e gli argini

La voce come specchio del flusso vitale.

«La vita è un flusso continuo che noi cerchiamo d'arrestare, di fissare in forme stabili e determinate, dentro e fuori di noi, perché noi già siamo forme fissate, forme che si muovono in mezzo ad altre immobili»

Pirandello

così scrive Pirandello nel suo saggio “L'umorismo”. La voce è specchio di quel flusso? Dentro di noi tale flusso continua, «sotto gli argini, oltre i limiti che noi imponiamo», oltre le regole e i doveri quotidiani. È il vero se stesso appoggiato sulla staccionata della società. In certi momenti le forme non riescono a trattenerne la linfa, che straripa e inonda la realtà: il flusso esce dal corpo e genera una verità che chiamiamo voce umana.

Cosa blocca il flusso vocale?

Le forme che diamo ai nostri comportamenti sociali «possono seguire il flusso della vita, fino a tanto che, irrigidendosi man mano, il movimento, già a poco a poco rallentato, non cessi». 
Quando qualcosa si blocca, uno degli effetti è una sorta di “malattia” della voce, come se il canale fosse ostruito. La malattia non è il problema, ma il risultato. 
Riceviamo tanti piccoli segnali che, seppure fuori dalla normalità, cioè contro la regola, non ascoltiamo. 
Quando si accetta senza condizioni l'irregolarità, essa diviene la nuova regola. Il corpo deve perciò inventarsi una nuova irregolarità, un nuovo segnale, per indicare la messa in discussione di una parte di se stessi, per raggiungere così il cambiamento necessario. 
Cosa fingiamo di non vedere? Cosa “blocca” il flusso vocale-vitale? 
Gli argini sono già stati superati. Cosa siamo diventati? La voce è sempre specchio della nostra intimità. Dietro gli abiti del quotidiano nascondiamo le nostre catene.

Impariamo a dialogare con noi stessi.

Concediamo perciò a noi stessi di aprire l'io al mondo e di accoglierlo in noi, sarà un canale per quella voce che potrà liberarsi. Accettiamo un dialogo tra noi stessi e il mondo, poiché il mondo è intorno a noi comunque. 
Il nostro cammino si muove su strade insicure, incerte perché umane, ma se non siamo trasparenti nei confronti della nostra identità, come potremo camminare convinti dei nostri obiettivi? 

È vero, sicuri non lo saremo mai, ma almeno potremo esser consapevoli di aver limitato gli inganni del nostro destino, quelli che ci costruiamo con le nostre mani. 

La nostra voce potrà essere se stessa, così come potremo esserlo noi, all'interno della stanza del mondo.

La voce come luogo della nostra storia.

La storia personale è nella propria voce, aggrappata alla cultura del luogo in cui si è cresciuti. “Luogo”, prima nel suo senso locale e nazionale, poi in quello temporale, cioè nel più ampio significato di epoca in cui si è nati, con le sue dinamiche e abitudini sociali. La voce stessa è prima di tutto uno spazio di storie, di incontri, di passati, presenti e futuri. Dalla sua analisi forse è possibile scoprire una parte di noi molto intima. 
La voce si scopre per il solo fatto di esserci. Quando nasce non può fare altro che scoprirsi. La voce è sempre se stessa. Non può nascondere nulla, può solo trasmettere indizi, se la si impara ad ascoltare.

So di non sapere: sapersi ascoltare.

La vocalità è un luogo di paesaggi, di riflessi e ombre, è una città d’incontri, di scoperte costanti. Il socratico “so di non sapere” è essenziale per continuare ogni indagine, che non potrà mai terminare, in quanto l’ascolto non può dirsi mai terminato in un mondo sempre in divenire. Come in divenire sono la voce della Natura e la voce umana, inserite, per citare Bauman, in un mondo mutevole e fluido. 
Sapersi ascoltare è l'unico modo per mantenere, il più coerentemente possibile, la comunicazione tra ciò che sentiamo e ciò che riusciamo ad esprimere. Se quel ponte sarà vivo, allora rimarrà viva anche la comunicazione reale. 

Note bibliografiche: L. Pirandello, L'umorismo, Milano, Feltrinelli, parte II, capitolo 5

Daniele Paganelli nella rete

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