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Perchè cantiamo?
Cantare non è un’abilità accessoria: è uno dei gesti che più ci definiscono come esseri umani. In queste righe ti porto dentro il modo in cui guardo al canto, alla sua origine e al perché, ancora oggi, sento che non possiamo farne a meno.
Prima della parola: quando eravamo canto
Per anni ho dato per scontato che prima fosse nato il linguaggio e solo dopo, quasi come ornamento, la musica. Poi ho incontrato le ricerche di Steven Mithen e la sua ipotesi di un proto-linguaggio musicale fatto di melodia, ritmo, variazioni d’intonazione e gesto, e qualcosa si è allineato con la mia esperienza.
Quando lavoro con la voce, spesso sento che il suono arriva prima del pensiero articolato. Prima delle frasi, c’è una sorta di magma melodico, un flusso che non “dice” ancora qualcosa con le parole ma porta già un’intenzione, un’emozione, una direzione. È come se, sotto il nostro parlare quotidiano, continuasse a scorrere un modo più antico di comunicare: olistico, emotivo, corporeo.
Mithen chiama questo sistema “Hmmmmm”: olistico, multimodale, manipolatorio, musicale, mimetico. Quando ho letto questa descrizione, ho riconosciuto quel territorio che incontro ogni volta che lascio ai cantanti uno spazio di improvvisazione libera, prima delle categorie di stile e di tecnica.
Lì, il canto non è ancora “performance”: è il modo più diretto che abbiamo di dirci “ci sono, ti sento, sono qui con te”.
Le grotte paleolitiche: dove la voce diventava sacra

C’è un’immagine che mi accompagna spesso: quella delle grotte paleolitiche in cui le pitture si concentrano nei punti di massima risonanza acustica. Sapere che i nostri antenati non sceglievano le pareti in base alla luce, ma in base a dove la voce risuonava di più, ha cambiato il mio modo di pensare agli spazi in cui canto e faccio cantare.
Quando entro in una chiesa, in un teatro vuoto, in una stanza grande, la prima cosa che faccio istintivamente è emettere un suono, anche minimo. Voglio sentire come il luogo risponde. Se chiudo gli occhi, mi sembra di dialogare con le pareti, con l’aria, con qualcosa che era lì molto prima di me e che continuerà a esserci dopo.
Immaginare quelle grotte come “sale da concerto” preistoriche mi fa sentire in continuità con un gesto antichissimo: usare la voce per esplorare, per orientarmi, per creare un ponte tra il mio corpo e il mondo.
Non penso al suono come intrattenimento, ma come a una forma di orientamento esistenziale: la voce esce da me, incontra lo spazio, torna indietro trasformata, e in questo scambio io mi percepisco in relazione a qualcosa di più grande.
Il canto collettivo come rito: dove ho imparato cosa vuol dire “stare insieme”
Ogni volta che mi trovo in un contesto di canto collettivo un coro, un cerchio di improvvisazione, un laboratorio di body percussion mi è chiarissimo che lì sta accadendo qualcosa che va oltre l’esercizio musicale.
Nel mio lavoro ho incrociato tradizioni molto diverse tra loro. In questi incontri ho sentito con forza che il canto non è un “numero” da portare in scena, ma un’infrastruttura emotiva della comunità.
In certe esperienze, il solista quasi scompare: ciò che conta è il flusso tra le persone, il modo in cui il suono viaggia da un corpo all’altro, il senso di appartenenza che nasce nel fare la stessa cosa, nello stesso momento, con la stessa intenzione.
Ho visto persone che non si conoscevano uscire dal mio progetto CircleLand workshop con la sensazione di aver condiviso qualcosa di profondamente intimo, senza essersi dette una sola parola “razionale”.
È in questi contesti che comprendo in modo viscerale perché, nella storia, il canto sia sempre stato al centro dei rituali religiosi, delle cerimonie civili, delle lotte politiche dal canto sacro nell’antico Egitto agli inni rivoluzionari del Novecento. Non serve “spiegarlo”, lo senti nel corpo.
Entrainment: la scienza di ciò che i cantanti sentono sulla pelle
La parola “entrainment” l’ho incontrata dopo, studiando, ma prima l’avevo già percepita sulla pelle. È quel momento in cui, cantando insieme, senti che qualcosa cambia nella qualità del tempo e dello spazio: i respiri si allineano, il ritmo cardiaco sembra seguire la stessa onda, lo sguardo degli altri diventa improvvisamente familiare.
Quando ho scoperto gli studi sui cori che mostrano come la frequenza cardiaca delle persone che cantano insieme tenda a sincronizzarsi, non sono rimasto stupito: mi ha dato semplicemente un linguaggio scientifico per descrivere ciò che sentivo.
L’idea che il nostro corpo cuore, respiro, sistema nervoso entri in risonanza con quello degli altri attraverso il canto conferma qualcosa di essenziale: non siamo individui isolati, siamo sistemi che si accordano.
Quello che mi interessa, oggi, non è solo “cantare bene”, ma creare le condizioni perché questa sincronizzazione possa accadere.
Curare il ritmo, lo spazio, il modo in cui guardiamo e ascoltiamo gli altri, mi sembra parte dello stesso gesto: permettere ai corpi e alle voci di trovarsi in un punto comune.
La voce come identità: perché cantiamo

Più studio e pratico, più mi colpisce una cosa: la voce è veramente l’impronta più personale che abbiamo. Posso riconoscere una persona al telefono dopo una sola parola, posso intuire stanchezza, entusiasmo, paura, ironia dal modo in cui appoggia il suono, anche se non la vedo.
Questo ha una conseguenza importante: quando cantiamo, non stiamo solo “producendo note”, stiamo entrando in uno spazio di esposizione molto radicale. La voce non ha filtri di bellezza: se trema, trema; se si spezza, si sente; se si blocca, il silenzio che ne segue pesa quanto se non più del suono.
Per me, il lavoro sulla voce è diventato sempre di più una ricerca sulla possibilità di stare in quella vulnerabilità. Non si tratta di eliminarla, ma di renderla abitabile. È lì che il canto smette di essere un esercizio di perfezione e diventa racconto di identità: “io sono questo, oggi, con la voce che ho adesso”.
Cosa abbiamo perso smettendo di cantare “realmente”
Se guardo alla storia umana, e alle testimonianze culturali di cui disponiamo, mi sembra che per moltissimo tempo il canto sia stato un gesto quotidiano. Si cantava lavorando, pregando, marciando, cullando, giocando. Non era una competenza riservata a pochi, ma un modo normale di stare nel mondo.
Oggi vivo una forte ambivalenza. Da un lato abbiamo accesso a più musica che mai: possiamo ascoltare voci straordinarie in qualsiasi momento. Dall’altro lato vedo che, nella vita quotidiana, molte persone cantano sempre meno. Il canto è diventato qualcosa che “si guarda” sugli schermi, più che qualcosa che si fa.
La narrazione del talento quelli “portati” e quelli “negati” ha creato una linea invisibile: al di qua ci sono i professionisti, al di là tutti gli altri che “è meglio che stiano zitti”.
Io sento che qui abbiamo perso qualcosa di preziosissimo: il diritto di usare il cantosenza giudizio, la libertà di farla uscire senza dover dimostrare niente a nessuno.
Riscoprire il canto: perché è nato Siing
Siing è nato per creare uno spazio dove il canto non sia ridotto solo alla tecnica, né idealizzato come qualcosa per pochi eletti. Voglio che sia un luogo in cui si esplorano insieme didattica, cultura, scienza, esperienze, con l’idea che la voce sia al tempo stesso strumento, specchio e ponte.
Quando penso a chi si avvicina a Siing, non immagino solo l’aspirante professionista, ma chiunque senta che la propria voce è rimasta un po’ ai margini e vuole riportarla al centro. Voglio offrire strumenti concreti, sì, ma anche nuove narrazioni: passare da “io non so cantare” a “io posso scoprire il mio modo di cantare” è, per me, un cambiamento profondamente politico e umano.
Perché, alla fine, continuo a cantare
Se mi chiedi perché canto, oggi, non ti risponderei “perché è il mio lavoro”, né “perché mi diverte”, anche se entrambe le cose sono vere. Continuo a cantare perché è il modo più diretto che ho trovato per sentirmi vivo, in relazione, presente.
La musicalità attraversa il modo in cui penso, insegno, ascolto le storie degli altri. Il canto, in particolare, mi offre ogni giorno un laboratorio in cui corpo, emozione, pensiero e relazione si incontrano.
In un mondo velocissimo, frammentato, digitalissimo, il canto mi riporta a qualcosa di essenziale: all’aria che entra e esce, alla vibrazione che sento nel petto, al volto delle persone di fronte a me.
Questo articolo è solo un punto di partenza. Su Siing, ogni giorno, provo a esplorare il canto da molte angolazioni: pratica, culturale, scientifica, personale. Se, leggendo queste righe, hai sentito che c’era anche un pezzo della tua storia vocale, forse è il momento giusto per dare più spazio alla tua voce.
Fonti e approfondimenti
- Steven Mithen, The Singing Neanderthals: The Origins of Music, Language, Mind and Body, Harvard University Press, 2005
- Iegor Reznikoff, The Evidence of the Use of Sound Resonance from Palaeolithic to Medieval Times; e Sound resonance in prehistoric times: A study of Paleolithic painted caves and rocks
- Björn Vickhoff et al., Music structure determines heart rate variability of singers, Frontiers in Psychology, 2013






