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Esistono documenti che pesano più di qualsiasi saggio. Il documentario “Life After Life (The Female Voice of Afghanistan)” dell’etnomusicologa Yalda Yazdani e della giornalista Sharmila Hashimi è uno di questi. È una delle ultime testimonianze documentate di canto femminile in Afghanistan prima della caduta di Kabul e del ritorno dei talebani al potere. Guardarlo significa entrare in un mondo che, nel giro di poche settimane, sarebbe cambiato in modo irreversibile.
Donne cantanti afghane sotto i talebani: voci che il potere ha tentato di silenziare
Nel documentario compaiono diverse cantanti afghane, tra cui Gulshan, Freshta Farokhi, Sumaia Karimi, Sadiqa Madadgar, Naria Nour e Wajiha Rastagar. Ognuna porta nel canto la propria storia biografica, la memoria di un paese ferito dalla guerra e un modo unico di trasformare la fragilità in suono.
Sono voci che attraversano generi diversi, dal pop alla musica tradizionale, ma che condividono la stessa urgenza: non farsi cancellare.
Molte di queste artiste vivono oggi lontane dall’Afghanistan, tra vari paesi europei e asiatici, sospese in un esilio che è insieme protezione e nostalgia. Il canto è rimasto l’unico filo stabile con la propria identità culturale, con la lingua materna, con la terra lasciata alle spalle.
Con il progetto “The Female Voice of Afghanistan”, Yalda Yazdani continua a raccogliere e raccontare le loro storie, per tenere accesa l’attenzione su ciò che la distanza geografica e il rumore del presente rischiano di far dimenticare.
Il documentario di Yalda Yazdani a Kabul nel 2021: un atto di resistenza culturale
Nel luglio 2021, poco dopo il ritiro delle truppe internazionali, la troupe guidata da Yalda Yazdani e Sharmila Hashimi è arrivata a Kabul per incontrare alcune delle principali voci femminili afghane. Girare quelle immagini significava esporsi: la situazione politica stava precipitando e nessuno sapeva quanto a lungo sarebbe stato ancora possibile filmare liberamente il canto delle donne. Eppure, “Life After Life” non cede né alla fretta né al sensazionalismo: lascia che siano i volti, le parole e le canzoni a raccontare cosa stava accadendo.
È qui che il documentario si distingue da un semplice reportage di guerra. Lo sguardo non si concentra sulla violenza, ma su ciò che la violenza vuole distruggere.
Non sulle armi, ma sulla voce e sul canto. Non sulla paura, ma sulla bellezza che continua a manifestarsi nonostante la paura.
È una scelta etica prima ancora che estetica: mettere al centro il canto come forma di vita, di memoria e di resistenza culturale.
“Il canto non è solo quella forma ludica e spensierata che ci rende felici: è una potenza di sensibilizzazione sociale che permette all’uomo di comprendere quanto è importante la libertà del nostro suono vocale.”
Libertà vocale e diritti delle donne: perché il canto è sempre un atto politico
Vietare il canto femminile non è mai un dettaglio, né una misura puramente simbolica: è uno dei primi modi con cui i regimi autoritari attaccano l’identità collettiva di un popolo.
Una voce che canta occupa spazio, afferma presenza, chiede ascolto.
Per questo la libertà vocale è indissolubilmente legata ai diritti delle donne: silenziare una cantante significa silenziare storie, corpi, lingue, comunità intere.
Chi studia canto o insegna canto ha la responsabilità di non dimenticare questa dimensione. Ogni volta che una voce si libera in un’aula, in un teatro, in uno studio di registrazione o in una chiesa, sta esercitando un privilegio che a milioni di persone, in molte parti del mondo, è negato.
Il canto femminile in Afghanistan e in tutti i contesti in cui è proibito o represso
ci ricorda che il canto non è mai solo espressione artistica: è diritto, è esistenza, è libertà.
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