Il canto corale in carcere: riflessioni su una tesi che merita attenzione
C’è un tipo di letteratura accademica che riesce a farti dimenticare che stai leggendo una tesi di laurea. La ricerca di Angela Chu, intitolata Choral Singing in Prisons: How Group Singing Programmes Contribute to Self-Esteem, Identity and Reintegration, appartiene a questa categoria: parte da una produzione operistica contemporanea, la Fidelio di Heartbeat Opera, e arriva a interrogarsi in profondità su che cosa il canto corale in carcere faccia alle persone che vivono in questo luogo, con un’analisi radicata in dati, testimonianze e cornici teoriche sociologiche.
Ho letto questa tesi con lo sguardo di chi lavora da trent’anni con il canto. Quello che ne esce non è solo una serie di “buone pratiche” o di esempi ispiranti, ma la proposta di una chiave di lettura del canto come pratica capace di incidere sulla percezione di sé, sulla qualità delle relazioni e persino sulle condizioni per una reintegrazione sociale più umana.
Il lavoro di Chu suggerisce, con grande cautela ma con coerenza, che il canto corale in carcere possa diventare, in certe condizioni, uno strumento potente per aiutare le persone a ricostruire un’immagine di sé più integra, anche dopo esperienze di stigmatizzazione e detenzione.
Fidelio di Heartbeat Opera: quando il coro dei prigionieri lo cantano i prigionieri veri
Il punto di partenza della tesi è la produzione di Fidelio di Beethoven realizzata da Heartbeat Opera, compagnia newyorkese attiva nella rielaborazione critica del repertorio operistico. Questa produzione è stata creata nel 2018 e riproposta in forma digitale nel 2022 in collaborazione con il Metropolitan Museum of Art.
Il progetto rilegge il Fidelio come una storia di razzismo sistemico e detenzione di massa negli Stati Uniti, collocandolo nel contesto del movimento Black Lives Matter.
Il protagonista, Stan, è un attivista afroamericano ingiustamente incarcerato da un sistema corrotto. La scelta di Fidelio non è casuale: l’opera è da tempo associata all’ideale di libertà e alla critica dell’arbitrio politico, e Heartbeat Opera ne sposta il baricentro sull’America contemporanea, sulla violenza del sistema penale e sulle sue ricadute sulle vite nere.
La decisione più radicale, tuttavia, riguarda il Coro dei Prigionieri, il celebre O welche Lust che chiude il primo atto. In questa produzione, il coro viene affidato a sei cori reali di istituti penitenziari del Midwest statunitense, per un totale di oltre cento cantanti detenuti, affiancati da circa settanta cantanti volontari provenienti dalla comunità esterna.
Le voci dei detenuti sono registrate e montate in un grande mosaico video, proiettato su un telo bianco al centro della scena del Met, mentre l’ensemble in sala esegue la parte orchestrale e vocale dal vivo.
Non si tratta quindi di attori che “interpretano” prigionieri, ma di prigionieri reali che cantano il testo di Beethoven, in tedesco, dentro la propria esperienza di privazione della libertà.
Chu analizza in dettaglio la costruzione di questa scena e l’intero impianto drammaturgico della produzione. In questa versione, il lieto fine di Fidelio viene cancellato: non c’è liberazione definitiva, e il tema della libertà resta un’aspirazione tradita, non una conquista.
Questo rovesciamento, osserva la ricercatrice, trasforma il Prisoners’ Chorus in un momento di sospensione carica di ambivalenze: da un lato la bellezza della scrittura corale e della partecipazione dei detenuti, dall’altro la consapevolezza che, nella realtà del sistema carcerario americano, la promessa di liberazione rimane spesso disattesa.
Canto corale e autostima: le voci dei detenuti che parlano per sé

Per interpretare quello che accade in scena e nei cori, Chu si appoggia a due strumenti teorici principali. Il primo è la Labelling Theory di Howard Becker, che descrive come le etichette sociali “criminale”, “offender”, “delinquente” possano diventare una sorta di cornice dominante, il “master status”, attraverso cui la persona viene percepita dagli altri e finisce per percepire sé stessa. Il secondo è la proposta di Christopher Mruk sull’autostima, intesa non come semplice autogiudizio positivo o negativo, ma come “stato vissuto” che emerge nel tempo dall’intreccio fra competenza e worthiness, cioè fra la percezione di essere capaci di affrontare le sfide della vita e quella di essere degni di valore e rispetto.
Queste cornici vengono messe alla prova su un materiale particolarmente delicato e prezioso: le lettere dei detenuti che hanno partecipato al progetto. Al termine delle registrazioni, Heartbeat Opera ha inviato un questionario ai cantanti detenuti, invitandoli a raccontare il significato dell’esperienza. Su oltre cento partecipanti, venticinque lettere sono state pubblicate in un documento reso disponibile online, con il consenso degli autori.
Chu osserva con onestà metodologica che si tratta di un numero relativamente basso di testimonianze rispetto al totale, e che la selezione delle lettere da parte della compagnia introduce un possibile effetto di filtro: le voci che leggiamo non esauriscono il ventaglio delle esperienze, e non sappiamo quali testi siano stati esclusi.
Nonostante questi limiti, il corpus di lettere offre uno sguardo ravvicinato su cosa significhi, per chi vive in carcere e partecipare al canto corale in carcere. Alcuni detenuti raccontano la difficoltà iniziale di affrontare la musica di Beethoven e la lingua tedesca. Uno di loro scrive che, all’inizio, la musica era dura e la pronuncia aliena, ma che una volta “decifrata” la lingua, il canto dei versi è diventato sorprendentemente facile e rilassante.
Un altro si ritrova a canticchiare la propria parte nei corridoi del carcere dopo le prove, dopo quasi trent’anni di detenzione continuativa, guardato con sospetto dagli altri; aggiunge però una frase essenziale: “siate certi che sono ancora tutto lì con la mente”, rivendicando la propria integrità mentale in un contesto che tende a ridurlo a numero e a ruolo.
Una delle testimonianze più commentate da Chu è quella di Douglas Elliot: la partecipazione al coro dà, per un breve tempo ogni settimana, una sensazione di “normalità”. In quel tempo, i partecipanti sono trattati come esseri umani, non come numeri.
L’autrice legge questa descrizione come un esempio concreto di ciò che la Labelling Theory cerca di spiegare in astratto: dentro un contesto dove l’etichetta “offender” rischia di inglobare tutto, il coro apre uno spazio in cui altri ruoli e altre identità possono tornare a essere percepite e vissute, seppur temporaneamente.
Molte lettere sottolineano la fatica e al tempo stesso la soddisfazione di aver portato a termine qualcosa di complesso. Chu collega queste narrazioni alla nozione di competenza di Mruk: padroneggiare un brano corale in una lingua straniera può generare una forma di autostima radicata in un’esperienza concreta di riuscita, diversa dalle forme di “ego gonfiato” spesso descritte in criminologia.
Il coro carcerario come rito di reintegrazione: quattro condizioni per una comunità che cambia
Nella parte finale della tesi, Chu introduce il lavoro del criminologo Shadd Maruna sulla ritualizzazione della reintegrazione. Maruna propone quattro condizioni perché un rito di reintegrazione sia effettivo: deve essere simbolico ed emotivo, deve potersi ripetere nel tempo, deve coinvolgere la comunità, e deve riconoscere esplicitamente la sfida affrontata e il risultato raggiunto. A partire da questo schema, la ricercatrice esamina i cori che ha studiato dall’East Hill Singers all’Oakdale Community Choir, fino a Voices of Hope e ai cori fondati da Catherine Roma e mostra come il canto corale in carcere, in molti di questi contesti, sembri soddisfare tutti e quattro i requisiti.
Il coro diventa un rito simbolico ed emotivo perché mette al centro un’attività in cui corpo, voce e relazione sono coinvolti simultaneamente. È ripetuto perché si svolge in prove settimanali e in cicli di progetti che si susseguono nel tempo. Coinvolge la comunità perché molti cori carcerari adottano una struttura “inside-out”, con metà dei cantanti provenienti dall’esterno, o perché le esibizioni sono aperte alle famiglie e al pubblico. Riconosce la sfida e l’achievement perché spinge i partecipanti a confrontarsi con repertori impegnativi, a esibirsi davanti a platee non sempre benevole, a mantenere un impegno non banale nel tempo.
Per incarnare questo intreccio fra canto, identità e reintegrazione, Chu chiude la sua tesi con il racconto di Michael Blakk Powell, ex detenuto e membro del KUJI Men’s Chorus. Dopo il rilascio nel 2020, ha iniziato a lavorare a tempo pieno per l’organizzazione non profit Healing Broken Circles come direttore della programmazione creativa e giovanile, occupandosi di creare opportunità artistiche e formative per giovani toccati dal sistema penale. Chu presenta questa storia come “impact story”: non prova che l’esperienza del canto corale in carcere sia la causa diretta di questa traiettoria, ma mostra che, almeno in alcuni casi, i percorsi di reintegrazione passano anche attraverso spazi di musicking vissuti durante la pena.
Nelle sue conclusioni, Chu insiste su due punti. Il primo è che servono programmi stabili, a lungo termine, non solo progetti pilota di poche settimane. Il secondo è che la musica non può essere considerata un bene “neutro”: può essere usata per fare del bene, ma può anche essere strumentalizzata per infliggere danno.
Portare il canto corale in carcere significa anche riconoscere le asimmetrie di potere in gioco, interrogarsi sulla reciprocità e sulle condizioni in cui le persone detenute possono esprimere davvero la propria voce, anche criticamente.

Da insegnante di canto, mi ritrovo pienamente nell’affermazione di questo articolo che esiste un bisogno urgente di portare la musica e il canto fuori dalle sale da concerto e dentro gli spazi in cui le popolazioni più vulnerabili ne hanno più bisogno. Non si tratta di “trasferire” un patrimonio dall’alto verso il basso. Si tratta di riconoscere che il canto appartiene a chiunque abbia ancora voce, e che ogni volta che un gruppo di persone si mette a cantare insieme in un’aula scolastica, in una sala prove, in una corsia d’ospedale o in una prigione si apre uno spazio in cui qualcuno può smettere, anche solo per qualche minuto, di coincidere con la propria etichetta sociale e ricordarsi di essere qualcosa di più complesso, più fragile e più vivo.
Fonte: Angela Chu,Choral Singing in Prisons: How Group Singing Programmes Contribute to Self-Esteem, Identity and Reintegration · Heartbeat Opera, Fidelio 2018/2022
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