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Canto proibito: la storia di chi non tace

Canto proibito

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Più un potere teme il canto, più il canto,  si carica di un significato che altrimenti non avrebbe mai avuto. Il canto, quando viene messo a tacere, non scompare mai davvero: si trasforma, si nasconde, aspetta il momento giusto per tornare a farsi ascoltare.

C’è una registrazione consumata dal tempo che riascolto ogni tanto, la voce che riemerge da un fruscio quasi marino, e ogni volta penso che il canto proibito porti dentro di sé una storia più grande di quella di una singola canzone.

Fin dalle origini più remote il canto è stato dono e minaccia insieme: consola chi lo intona, ma costruisce anche legami che nessun potere riesce davvero a governare.

Perché il canto fa paura ai regimi

Mi capita spesso di chiedermi cosa renda una melodia così pericolosa agli occhi di chi detiene il potere, più pericolosa a volte di un discorso scritto o di un’immagine. Nell’Italia del Ventennio bastava un’allusione, persino in una filastrocca come “Maramao perché sei morto?”, per attirare il sospetto del Minculpop, mentre “La Badoglieide” circolava di bocca in bocca come un piccolo atto quotidiano di resistenza. Nella Germania del Terzo Reich il filtro si fece ancora più cupo: il jazz, legato a culture afroamericane ed ebraiche, venne bollato come arte degenerata non per una questione di gusto, ma perché portava con sé l’improvvisazione, la libertà formale, la contaminazione tra mondi diversi, tutto ciò che un pensiero totalitario non poteva accogliere senza sentirsi minacciato nelle proprie fondamenta.

Cos’è la musica sulle ossa

C’è un episodio, tra tutti, che continuo a portarmi dietro quando penso alla storia del canto proibito, ed è quello del rentgenizdat sovietico. Nell’Unione Sovietica il realismo socialista escludeva ogni eco che venisse dall’Occidente, ogni traccia di jazz o di rock, e da questa chiusura nacque una delle invenzioni più toccanti che conosca nella storia della musica clandestina: dischi improvvisati incisi su vecchie lastre radiografiche riciclate, la musica sulle ossa, come la chiamavano, che passavano di mano in mano per permettere a chi li ascoltava di sentire voci altrimenti proibite. Ogni volta che ci penso mi torna in mente quanto sia radicato, in chi ama il canto, il bisogno di trovare una via, per quanto fragile e rudimentale, pur di continuare ad ascoltare.

Canzoni proibite nella storia, da Sosa a oggi

Se allargo lo sguardo oltre l’Europa del Novecento, ritrovo lo stesso conflitto in forme diverse ma con identica intensità: nella Grecia dei colonnelli, dove la parola cantata divenne atto di opposizione, nell’Argentina in cui Mercedes Sosa fu arrestata nel 1978 durante un concerto, nel Brasile in cui “Cálice” di Chico Buarque e Gilberto Gil si affidò a un doppio senso linguistico per eludere la censura, nella Spagna franchista dove “Gallo rojo, gallo negro” si tramandava come un inno sommesso. E ancora oggi, in Iran come in Afghanistan, il canto proibito delle donne resta terreno di scontro tra un potere che cerca il silenzio e una vita che invece continua a cercare, ostinatamente, la propria voce.

Canto proibito nella storia

Quando raccolgo insieme tutte queste storie così lontane nel tempo e nello spazio, mi sembra di intravedere un disegno comune: più un potere teme la musica, più questa musica, proprio perché vietata, si carica di un significato che altrimenti non avrebbe mai avuto. Chi si assume il rischio di diffonderla compie, quasi sempre, un piccolo gesto quotidiano: copiare un disco di nascosto, imparare un testo a memoria, cantarlo sottovoce in un momento di raccoglimento. È in questa dimensione minima che si conserva, credo, la parte più autentica della storia del canto proibito: la musica, quando viene messa a tacere, non scompare mai davvero, si trasforma, si nasconde, aspetta il momento giusto per tornare a farsi ascoltare.


Le vicende raccontate qui attingono alla storia della censura musicale nell’Italia fascista e nella Germania nazista, alla pratica sovietica del rentgenizdat, e alle testimonianze di resistenza musicale in America Latina e nell’Iran e Afghanistan contemporanei.


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