- Biografia di Benjamin Britten: le 5 tappe che hanno dato forma al canto corale del Novecento
- Chi era Benjamin Britten: infanzia e formazione a Lowestoft
- Gli anni cosmopoliti e l’incontro con Peter Pears
- La traversata del 1942 e la nascita di A Ceremony of Carols
- Peter Grimes e la maturità artistica
- Gli ultimi trent’anni e l’eredità di Benjamin Britten nel canto corale
Biografia di Benjamin Britten: le 5 tappe che hanno dato forma al canto corale del Novecento
Sfoglio ogni tanto un vecchio catalogo tematico delle opere di Benjamin Britten, uno di quei documenti pieni di date, dediche e prime esecuzioni che di solito interessano solo agli studiosi. Ma dietro l’apparente aridità di quelle schede c’è una vicenda che, ogni volta che la ripercorro, mi restituisce qualcosa di nuovo.
Non tanto sulla musica in sé, quanto sul modo in cui un uomo ha costruito, pagina dopo pagina, un’idea di canto capace di restare insieme rigorosa e comprensibile, colta e comunitaria, mai chiusa in se stessa. È da qui, in fondo, che comincia ogni biografia di Benjamin Britten degna di questo nome.
Chi era Benjamin Britten: infanzia e formazione a Lowestoft
Britten nasce il 22 novembre 1913 a Lowestoft, un porto sulla costa del Suffolk, in una casa affacciata sul mare chiamata Sand Cliffe. Sua madre, Edith, coglie subito un segno in quella data: il 22 novembre è il giorno di Santa Cecilia, patrona della musica, e per lei quella coincidenza vale come una promessa. Comincia a chiamare scherzosamente il figlio “la quarta B”, nella linea ideale che parte da Bach, passa per Beethoven e arriva a Brahms.
È una battuta di famiglia, certo, ma dice qualcosa di vero sul clima in cui Britten cresce: Edith è una pianista dilettante e segretaria della società musicale locale, organizza serate musicali in casa, mentre il padre Robert, dentista di professione, osserva tutto questo con un misto di distanza e affetto.
In casa non ci sono radio né grammofono, per un’insofferenza paterna verso la musica riprodotta, e forse è anche per questo che il piccolo Benjamin impara a cercare il suono dentro le stanze reali, al pianoforte, prima ancora che negli apparecchi.
C’è un dettaglio che ho scoperto leggendo di lui e che non riesco a dimenticare: a soli tre mesi di vita contrae una polmonite che per poco non lo uccide, e che gli lascia un cuore fragile, quello stesso cuore che lo accompagnerà, indebolendosi lentamente, fino agli ultimi anni.
È come se la sua intera esistenza si giocasse tra questa fragilità originaria e un’energia compositiva quasi inesauribile. Da bambino compone già a sette anni, studia pianoforte con la madre e poi con un’insegnante locale, si dedica anche alla viola e passa i pomeriggi sulla scogliera di Lowestoft, un paesaggio marino a cui resterà legato per tutta la vita.
A dodici anni, grazie all’insegnante di viola Audrey Alston, incontra il compositore Frank Bridge, che accetta di seguirlo privatamente in composizione a partire dal 1927, con viaggi regolari da Lowestoft a Londra. Bridge non gli insegna soltanto tecnica: gli chiede di trovare una propria voce e di restarle fedele, e lo introduce a un panorama di musica europea molto più ampio di quanto la scuola inglese dell’epoca fosse disposta a considerare.
Sono anni felici quelli con Bridge, meno felici quelli passati alla Gresham’s School nel Norfolk, dove Britten si sente fuori posto. Nel 1930 entra al Royal College of Music di Londra, dove studia composizione con John Ireland e pianoforte con Arthur Benjamin. È un ambiente che percepisce rigido, chiuso nella propria ortodossia accademica; eppure è proprio lì, come ultimo lavoro da studente, che a diciannove anni scrive “A Boy Was Born”, variazioni corali a cappella su testi natalizi dedicate al padre: un gesto già sorprendente per la sicurezza con cui tratta il coro come un organismo capace di dividersi e ricomporsi, di respirare in più direzioni contemporaneamente.
Gli anni cosmopoliti e l’incontro con Peter Pears
Nella seconda metà degli anni Trenta, Britten si allontana con decisione dalla corrente musicale inglese dominante, quella pastorale e rassicurata di sé, per cercare una linea più cosmopolita e informata dalle avanguardie europee. Lavora per il GPO Film Unit componendo musiche per documentari, tra cui il celebre “Night Mail” del 1936, realizzato con il poeta W. H. Auden, con cui stringe un legame intellettuale intenso.
È in questo ambiente di cineasti, poeti e musicisti che conosce il tenore Peter Pears. Il loro sodalizio, artistico prima ancora che personale, diventerà negli anni un legame di vita e influenzerà profondamente il modo in cui Britten scrive per la voce: quasi ogni parte tenorile delle sue opere successive porta dentro di sé il timbro specifico di Pears.
Percepisco, ripercorrendo la biografia di Britten, che ogni compositore che ha davvero cambiato il canto corale lo ha fatto non inseguendo la complessità, ma trovando il punto esatto in cui la complessità torna a essere comprensibile.
Nel 1939 Britten e Pears si trasferiscono negli Stati Uniti, mentre l’Europa scivola verso la guerra. Sono anni compositivamente fecondi: nasce la “Sinfonia da Requiem”, commissionata paradossalmente dal governo giapponese e poi respinta perché giudicata troppo esplicitamente pacifista nel proprio impianto simbolico, insieme a concerti per pianoforte e per violino che spingono Britten verso un linguaggio orchestrale più ampio.
Chiunque ricostruisca la biografia di Benjamin Britten riconosce in questi anni americani una svolta silenziosa quanto decisiva. Ma la nostalgia lavora in profondità. Un giorno, sulla rivista della BBC “The Listener”, Britten legge un saggio dello scrittore E. M. Forster dedicato al poeta del Suffolk George Crabbe e al suo racconto in versi su un pescatore emarginato di nome Peter Grimes. È una scintilla che non si spegnerà più: da quel momento il desiderio di tornare in Inghilterra diventa impellente, insieme all’idea di un’opera che ancora non ha scritto ma che già sente propria.
La traversata del 1942 e la nascita di A Ceremony of Carols
<blockquote>Mi commuove pensare che, proprio nel punto più incerto del suo viaggio, in mezzo a un oceano in guerra, Britten abbia scelto di scrivere non un’opera di guerra, ma un ciclo di canti di Natale per voci di ragazzi.</blockquote>
Nel marzo del 1942 Britten e Pears salpano da New York a bordo della Axel Johnson, una nave mercantile svedese inserita in un convoglio di guerra, esposta al rischio concreto degli attacchi dei sommergibili tedeschi. Prima della partenza, gli ufficiali doganali americani confiscano alcuni suoi manoscritti, temendo che potessero nascondere messaggi in codice: tra questi, gli abbozzi dell’“Hymn to St Cecilia” e di un concerto per clarinetto pensato per Benny Goodman. Britten, con una memoria musicale quasi fotografica, ricostruisce a bordo l’intero Hymn to St Cecilia.
Durante lo scalo tecnico a Halifax, in Nuova Scozia, trova in una libreria una raccolta di poesie medievali inglesi, “The English Galaxy of Shorter Poems”, e comincia a intonarne alcuni testi per voci femminili e arpa, più per riempire le lunghe ore di navigazione, tra un incendio a bordo della ciminiera e la noia dell’attesa, che per un progetto già definito. Solo dopo l’arrivo a Liverpool quei brani sparsi diventeranno un ciclo unitario, incorniciato da una processione e da una recessione in canto piano: nasce così “A Ceremony of Carols”, che Britten dedicherà alla maestra di coro Ursula Nettleship, pensata inizialmente per voci femminili prima di essere affidata, negli anni successivi, a cori di voci bianche.
Peter Grimes e la maturità artistica
Il 1945 è l’anno della svolta definitiva. A Sadler’s Wells va in scena “Peter Grimes”, la sua prima grande opera lirica, quella nata proprio dalla lettura di Forster durante l’esilio americano: un successo che lo consacra a livello internazionale e restituisce all’opera inglese un peso che non aveva più da generazioni, con Peter Pears nel ruolo del protagonista. Poche settimane più tardi, sempre nel 1945, Britten compone “The Young Person’s Guide to the Orchestra”, nato come colonna sonora per un film educativo voluto dal Ministero dell’Istruzione britannico, costruito su un tema di Purcell: un lavoro capace di insegnare l’orchestra a un bambino senza mai essere didascalico, senza mai tradire la dignità della scrittura.
Gli ultimi trent’anni e l’eredità di Benjamin Britten nel canto corale
Nei trent’anni successivi Britten compone senza sosta, tra opere liriche come “Billy Budd” e “The Turn of the Screw” e lavori corali di respiro comunitario, come “Noye’s Fludde”, pensata per essere eseguita insieme a cori di bambini e musicisti dilettanti dentro una chiesa di paese.
Nel 1962 scrive il “War Requiem” per la consacrazione della nuova cattedrale di Coventry, ricostruita dopo i bombardamenti della guerra, intrecciando il testo liturgico latino con i versi del poeta Wilfred Owen, caduto in trincea nella Prima guerra mondiale. Fonda, insieme a Pears, il festival di Aldeburgh, che diventa il luogo dove la sua idea di canto come esperienza condivisa trova una casa stabile, capace di tenere insieme grandi solisti internazionali e cori di dilettanti locali sullo stesso palco. Non si può raccontare la biografia di Benjamin Britten senza soffermarsi su questo festival, che resta ancora oggi il cuore pulsante della sua eredità musicale.
Quel cuore fragile fin dall’infanzia, però, non smette di farsi sentire. Nel 1973 Britten si sottopone a un intervento cardiaco che lo lascia debilitato, incapace di tornare a dirigere e suonare con la stessa energia di un tempo. Muore il 4 dicembre 1976 ad Aldeburgh, la cittadina che aveva scelto come casa e come laboratorio permanente della propria idea di canto condiviso.
Ogni volta che riprendo in mano quel catalogo tematico e mi fermo sulla scheda dedicata ad “A Ceremony of Carols”, penso a quell’uomo chino su un tavolo instabile, in mezzo a un oceano in guerra, che sceglie di dedicare le ore vuote a undici canti per voci bianche e arpa. Percepisco in quel gesto qualcosa che riguarda ogni persona che, ancora oggi, si siede a scrivere musica corale in un momento di incertezza: la possibilità che proprio dal caos nasca la forma più chiara.
E penso anche a quella battuta affettuosa della madre, “la quarta B”, che forse credeva di scherzare e che invece, senza saperlo, aveva intuito qualcosa di vero su quel figlio nato il giorno di Santa Cecilia, patrona di ogni forma di canto e di ogni coro che continua, ancora oggi, a raccoglierlo in eredità.
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