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- L’ombra del crocevia: il dono che fa paura
- Chi era Ike Zimmerman, il maestro dimenticato di Robert Johnson
- Tommy Johnson e il patto col diavolo che cambiò indirizzo
- Cross Road Blues: il significato di un crocevia senza patto col diavolo
- La paura di un corpo esposto
- Il talento musicale è un dono o un lungo ascolto?
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C’è un momento preciso in cui qualcuno canta o suona e il suo modo di farlo diventa energia: chi ascolta resta a bocca aperta, senza riuscire a spiegarsi cosa sia appena successo, e quella sospensione, che non chiede di essere compresa ma solo attraversata, è il luogo da cui parto ogni volta che mi interrogo sul canto. Mi chiedo allora cosa ci sia davvero dietro un’espressione artistica che sembra legarsi al dono e al donarsi, e il Novecento ha risposto con la leggenda del patto di Robert Johnson all’incrocio, una storia affascinante che però non rende giustizia a ciò che quel talento ha richiesto: la pratica deliberata, la qualità dell’ascolto di sé durante lo studio e, soprattutto, il tempo. In più di trent’anni passati ad accompagnare le persone dentro il canto, inteso come territorio da esplorare e non come prestazione da ottenere, ho imparato che il dono non è qualcosa che si possiede o si strappa a un destino, ma qualcosa che si impara ad abitare, e lo si abita quando si smette di forzare il suono e si comincia a lasciarlo fluire, a percepirlo, a ricevere ciò che già attraversa il corpo. È questo tempo, fatto di notti ripetute, di ore passate ad ascoltare senza pretendere e di maestri dimenticati che hanno lasciato in chi li ha incontrati una traccia più viva di qualunque nome rimasto negli annali, a essere per me la storia vera dietro il dono, molto più abitabile del mito proprio perché appartiene a chiunque scelga di tornare al proprio canto ogni giorno, e per questo anche più difficile da raccontare, dato che il mito si può citare in una riga mentre la fedeltà a un suono che cresce piano chiede di essere vissuta prima ancora di essere spiegata.
Chi era Ike Zimmerman, il maestro dimenticato di Robert Johnson
Negli anni Trenta Johnson girava per i locali del Delta del Mississippi e, stando a Son House, che lo conosceva, suonava con più ostinazione che grazia. Poi sparì per un periodo, e quando tornò lasciò senza parole gli stessi musicisti che lo avevano congedato. La leggenda del patto col diavolo riempie quel vuoto con una mezzanotte e un incrocio, ma la biografia indica un nome più modesto, quello di Ike Zimmerman, chitarrista con cui Johnson avrebbe passato quei mesi.
Si racconta che Zimmerman si esercitasse di notte tra le tombe di un cimitero, non per evocare qualcosa, ma perché lì nessuno si lamentava dei suoni che cercava. È una testimonianza raccolta tardi, perciò la tengo come racconto e non come fatto, ma indica una direzione che riconosco: un luogo silenzioso, due persone che ascoltano, ripetono, sbagliano, ricominciano. È il tempo che il mito non sa mostrare e che per questo affida al diavolo.
Tommy Johnson e il patto col diavolo che cambiò indirizzo
La storia, peraltro, aveva già una casa. Tommy Johnson, bluesman del Mississippi senza alcuna parentela con Robert, raccontava di aver portato la chitarra a un incrocio e di averla riavuta accordata da un uomo grande e nero, e ne faceva un vanto, perché in quel mondo una storia così era anche un biglietto da visita. Soltanto più tardi, quando Robert morì a ventisette anni in circostanze mai chiarite e le sue registrazioni vennero riscoperte negli anni Sessanta da giovani chitarristi inglesi e americani, la leggenda passò da un Johnson all’altro, come accade ai racconti che cercano un volto più adatto.
Lo stesso mondo chiamava il blues musica del diavolo, in opposizione al gospel, e qualcuno ha intravisto nell’incrocio un’eco di Legba, custode dei crocevia nella tradizione yoruba. È un’ipotesi discussa e la tengo come suggestione. Ciò che dice con certezza è il bisogno di chi ascolta: se qualcosa di grande passa da una persona comune, il passaggio non può essere stato lento.
Cross Road Blues: il significato di un crocevia senza patto col diavolo
Se si ascolta davvero la canzone, il diavolo non c’è. Un uomo si inginocchia sulla strada e chiede misericordia al Signore, mentre il sole scende e lui cerca un passaggio. Il patto col diavolo, nel testo, non esiste: nessun accordo, nessuna mano che si stringe.
La paura di un corpo esposto
Gli studiosi hanno letto quella paura dentro il Mississippi di Jim Crow, dove un giovane nero solo al tramonto poteva essere fermato per vagabondaggio o rischiare di peggio, e dove alcune città imponevano alla sua gente di essere altrove prima del buio. È una lettura, non un dato, e va tenuta con le mani aperte, ma restituisce a quella voce un motivo per tremare che non ha bisogno di alcuna cosmologia. L’ispirazione torna così a viaggiare insieme a una condizione di vita, a una fatica, a una notte da attraversare.
Il talento musicale è un dono o un lungo ascolto?
Quando Johnson morì entrò nella fila che oggi chiamiamo Club 27, dove il pubblico ha trasformato artisti scomparsi alla stessa età in santi laici dell’eccesso. Capisco la forza di quell’immagine, ma ogni volta penso alle ore senza palco che stanno dietro quelle date.
In classe mi è capitato che qualcuno portasse un suono capace di far tacere tutti e che, mesi dopo, quasi di sfuggita, mi raccontasse di aver cantato per anni in auto e sulle scale, sempre lo stesso brano, solo per stare bene. La sala non aveva visto le scale e aveva chiamato dono ciò che era una lunga abitudine all’ascolto. Per questo il patto col diavolo di Robert Johnson mi sembra una storia che ci protegge dal pensiero più semplice: sotto ogni suono inspiegabile c’è di solito qualcuno che ha cantato a lungo nel buio, senza che nessuno gli chiedesse chi fosse.
Per ricostruire queste vicende mi sono appoggiato alla divulgazione biografica su Johnson, alle testimonianze di Son House e di Zimmerman e alle letture degli studiosi sul blues del Delta e sul contesto di Jim Crow.
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