L’artista e il progetto
Diana Krall (Nanaimo, Isola di Vancouver, 16 novembre 1964) è una pianista e cantante jazz canadese. Cresciuta in un ambiente familiare profondamente segnato dalla musica, matura i primi contatti con il jazz attraverso la vasta collezione discografica paterna. Avvia lo studio del pianoforte all’età di quattro anni e, appena quindicenne, si esibisce con regolarità nei ristoranti della città natale. Nel 1981, grazie a una borsa di studio assegnatale dal Vancouver Jazz Festival, intraprende gli studi presso il Berklee College of Music di Boston, che frequenta fino al 1983.
Il suo timbro è un contralto dal registro grave pieno e dall’emissione prevalentemente conversazionale, con un fraseggio sillabico, dinamiche contenute e una cura particolare della dizione. Il pianoforte, affidato alla sua stessa esecuzione, svolge una funzione di sostegno ritmico-armonico discreto, senza sovrapporsi alla voce. È l’unica cantante jazz ad aver visto otto album debuttare al primo posto della classifica jazz di Billboard e resta una delle artiste più riconoscibili del panorama contemporaneo, capace di attraversare jazz, songbook americano e pop senza smettere di suonare come sé stessa.
Carta d’identità del brano
Il messaggio del brano
Il bisogno di dire è massimo, la parola per dirlo è la più difficile da trovare.
La genesi del brano è legata a Elton John, che ne compose la melodia e ne ideò il titolo e le prime strofe; Bernie Taupin ne completò il testo. Nell’interpretazione di Krall, il brano mantiene un atteggiamento rispettoso verso l’originale, ma, come rilevato in una presentazione dell’album, sviluppa un’atmosfera diversa. L’esecuzione non alza mai la voce: si offre a mezza voce, trattenendo il resto e lasciando che sia il silenzio a completare la frase.
La stesura del brano
Il brano nasce nel 1976 per Blue Moves: voce e pianoforte, basso discreto, archi e un assolo di fisarmonica scritto, registrato a Toronto sotto la guida di Gus Dudgeon. Gli accordi pubblicati per l’originale mostrano una tonalità minore, con cadenze che si fermano sulla dominante e quindi non chiudono mai davvero, e una sezione centrale che si apre verso accordi più luminosi per poi ricadere nel minore. Per chi canta è una lezione di tensione: la frase non deve risolvere troppo presto, perché è l’attesa a portare il significato.
L’originale è catalogato intorno ai 560battiti al minuto, mentre i rilevatori automatici lo leggono a 113: è il caso classico del tempo raddoppiato. La sensazione reale è quella di una ballata molto lenta, e conviene contare nel tempo lento. Il tempo e la tonalità esatti del live di Krall sono da verificare.
Nella versione di Krall, la partitura commerciale della registrazione in studio è pubblicata in Mi minore, più grave dell’originale, con una tessitura che va da Mi2 a Sol3, circa una decima. L’arrangiamento è essenziale: in studio il pianoforte di David Foster, che firma anche gli arrangiamenti, e Krall stessa racconta di essersi trovata in cabina quasi solo con il suo pianoforte e le sue orchestrazioni. La versione dal vivo è accreditata a voce e pianoforte. In una scrittura così spoglia il silenzio fa parte della melodia, e le pause fra una frase e l’altra insegnano a respirare dentro il testo anziché sopra di esso. Co-autori: Elton John e Bernie Taupin; produttori: Gus Dudgeon (originale), David Foster (studio di Krall).
Il genere musicale
Il genere è il jazz vocale nella sua forma più intima: la ballata cantata e accompagnata al pianoforte, con un repertorio preso in prestito dal pop. Alla tradizione del songbook, cioè la rilettura di canzoni popolari, Krall applica una scelta insolita: invece degli standard americani, opta per la ballata soft rock di un cantautore degli anni Settanta. Il brano di Elton John, inciso nel 1976 per l’album Blue Moves, appartiene a quella scuola del piano-songwriting in cui melodia e confessione contano più dell’abbellimento. La versione di Krall, registrata nel 2014 per Wallflower, si colloca in questa tradizione con un trasporto in Fa minore che ne accentua la tensione sospesa, e con un’esecuzione a mezza voce che lascia al silenzio il compito di completare la frase.
Per chi studia canto, questo repertorio rappresenta un banco di prova prezioso, perché impone il gesto tecnicamente più difficile: dire senza spingere. Richiede un’emissione quasi conversazionale ma sostenuta dall’appoggio, un legato continuo, una dinamica ridotta al minimo e una dizione scandita con chiarezza. In questo senso allena l’ascolto di sé e la fiducia nel poco, educando a rinunciare alla forza e all’ornamento come dimostrazione di tecnica. Il rovescio della medaglia è l’esposizione: in assenza di qualsiasi maschera, ogni incertezza d’intonazione o di presenza diventa udibile. È il terreno ideale per il principio «meno controllo, più libertà».

