C’è un video che torna a trovarmi ogni tanto, e ogni volta mi lascia addosso la stessa sensazione.
Lisbona, ottobre 2012, una folla che protesta contro le misure di austerità, il rumore compatto delle manifestazioni, i cori, gli slogan.
E poi, in mezzo a tutto questo, una donna alza un megafono e comincia a cantare.
Non urla, non scandisce parole d’ordine. Canta. La sua emissione è quella di una cantante lirica, il timbro pieno, il fraseggio curato, e il brano che intona si chiama “Acordai”. Svegliatevi.
Ana Maria Pinto e la protesta portoghese del 2012: un soprano in piazza con un megafono
Quella donna è Ana Maria Pinto, soprano portoghese formatasi a Berlino e tornata in patria proprio negli anni in cui la crisi rendeva sempre più fragile la possibilità stessa di vivere di musica. Dal settembre 2012 ha cominciato a partecipare alle azioni di protesta contro il governo portando con sé il repertorio delle Canções Heróicas di Fernando Lopes-Graça, e attorno a uno di quei brani ha fondato un movimento culturale che porta lo stesso nome, Acordai, nato per riunire musicisti e cittadini in concentrazioni corali a Lisbona, a Porto, a Guimarães.
C’è poi un secondo pensiero, che riguarda chi canta. Ana Maria Pinto ha raccontato di essersi sentita, in quel momento storico, una cittadina tra i cittadini, una persona fragile in mezzo ad altre persone fragili.
Ha comprato un megafono ed è scesa in strada, uscendo dal mondo protetto della musica classica per restituire al proprio mestiere una funzione civile. In momenti di crisi gli artisti hanno spesso fatto questo: hanno prestato il proprio talento e la propria visibilità alle difficoltà collettive, trasformando una performance in un atto politico nel senso più alto del termine, non propaganda, ma testimonianza.
Lopes-Graça e le Canções Heróicas: la memoria antifascista che risuona nel presente

La scelta del brano non è casuale, e qui la storia si fa profonda. “Acordai” nasce dall’incontro tra la parola del poeta José Gomes Ferreira e la musica di Lopes-Graça, compositore che nel Novecento usò il proprio mestiere come forma di resistenza alla dittatura di Salazar.
È una canzone che porta dentro di sé decenni di memoria antifascista.
Cantarla nell’ottobre 2012, davanti ai palazzi del potere, in un Paese stretto dalla troika e dalle privatizzazioni, significava riattivare quella memoria, farla risuonare nel presente.
Ana Maria Pinto lo ha detto con chiarezza: il movimento voleva fare appello alla coscienza attraverso la parola poetica cantata, perché non esiste spazio più vero e pieno di senso dello spazio poetico.
“Non esiste spazio più vero e pieno di senso dello spazio poetico.” Ana Maria Pinto
Quello che mi colpisce, ogni volta che riguardo quelle immagini, è l’effetto spiazzante della bellezza in un contesto di tensione.
Le proteste hanno una loro sonorità abituale, fatta di voci sovrapposte, di ritmi martellanti, di un frastuono che le istituzioni e i media hanno imparato a riconoscere e, forse, a non ascoltare più.
Il canto lirico rompe quella consuetudine, devia dal rumore di fondo, costringe chi passa, chi filma, chi sta dietro una finestra del palazzo, a fermarsi e a percepire qualcosa di inatteso.
È una forma di nonviolenza che non rinuncia all’intensità: la sposta semplicemente su un altro piano, quello della profondità del significato invece che dei decibel.
Il canto corale come pratica di coscienza condivisa: svegliarsi insieme
E infine c’è un azione che mi sta più a cuore, quella che riguarda tutti noi che abitiamo il canto ogni giorno. Mentre le parole delle fazioni dividono, il canto e la poesia aprono un canale emotivo immediato che unisce le persone sotto lo stesso sentimento.
Quando il movimento Acordai ha organizzato i suoi raduni corali, centinaia di persone si sono ritrovate a cantare insieme la stessa melodia davanti ai luoghi del potere. Non un pubblico che ascolta un’artista, ma una comunità che canta.
È la dimostrazione che il canto, prima ancora di essere un’arte da palcoscenico, è una pratica di coscienza condivisa, un modo per svegliarsi insieme.
Forse è questo che “Acordai” continua a chiederci, a distanza di anni, non solo di svegliarci di fronte alle ingiustizie, ma di ricordare che la protesta intellettuale, pacifica e culturale è una risorsa straordinaria per immaginare il futuro.
L’intensità di un messaggio non si misura da quanto forte lo si grida, si misura da quanto in profondità riesce ad arrivare.
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L’episodio del canto al megafono sulle scale dell’Assembleia da República e l’interruzione delle celebrazioni ufficiali del 5 ottobre 2012 con “A Firmeza” sono documentati da RTP Notícias e SAPO Mag.
La nascita del movimento Acordai, le concentrazioni corali a Lisbona, Porto e Guimarães e le dichiarazioni di Ana Maria Pinto sulla parola poetica cantata sono riportate dal quotidiano Público (settembre 2012).
Il percorso biografico della cantante, la sua formazione berlinese e la sua scelta di scendere in piazza con un megafono sono raccontati in un reportage di NPR del 2013, “Opera Singer Becomes (Soprano) Voice of Protest in Portugal”.
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