Voce: Il mistero e la nostalgica lontananza

Riflessioni scaturite dal sentire di Francesca Della Monica

voceHo sempre pensato tu fossi una monaca, di quelle vivaci che zappano il campo del convento, di quelle vitali e curiose, che non lo capisci perché stanno in convento.
Se non per un compresente anelito contemplativo. 

Come si fa ad essere instancabili ricercatori e contemplativi al tempo stesso? 

Aperti al mondo, ma viandanti solitari?

Di quelli che sanno di non poter conoscere il centesimo nome del divino ma che lo cercano, attraverso la pronuncia degli altri novantanove. Cercando nei novantanove quell’uno che manca, e che è inviolabile, che non potremo mai dire.

Non mi ha meravigliato la tua attrazione verso la clausura, la comprendo: per anni ho fatto ritiri spirituali, per anni ho recitato i vespri con le suore domenicane di una chiesetta a Ravenna, osservandone i sorrisi aldilà della cancellata che le separava dalla navata. Non sapevo perchè. L’ho capito col tempo.

Siamo di quelli pronti ad accettare le regole e conoscere i codici, per attraversare poi il rito come occasione per lo svelamento del sacro, che nell’imprevisto di un suono si rivela, e non si fa catturare.

Dare voce e fare teatro sono l’ingresso alla rappresentazione di un altro mondo, di un’altra voce. Sono offrire una testimonianza, sono permettere di guardare attraverso la serratura e di ascoltare oltre, poiché il suono è soffio nel presente, perché è possibile solo nel tempo presente, e ci colma quella lontananza nostalgica utopica futura di cui Luigi Nono ha composto

Questo nucleo mi si è rivelato all’età di 8 anni, respirando per la prima volta l’emozione di essere seduto in platea a teatro aspettando l’alzarsi del sipario e l’avvio del magico (o sacro?) accadimento.

Per questo ci raccoglie in gruppo per assistere alla rappresentazione, o per condividere un cerchio, che è il ritrovarsi in un nucleo e rimbalzarsi le energie. Proprio oggi che è una data storica per la voce in Italia, essendo partite le immatricolazioni per il corso di alta formazione in Circlesinging Educational per l’Università di Bologna.

E, forse, sempre per colmare la lontananza nostalgica col mistero, anche ci si raccoglie isolatamente per abbandonare la via maestra, il codice, e usare il soffio per esplorare le vie laterali, sconosciute, i suoni non legittimi, i suoni pericolosi per la salute e per l’anima, oppure i suoni che non c’erano. 

Per un medico è come cercare, attraverso la voce, l’essenza dei bisogni psicofisici di una persona; per-sona, che suona insieme e suona attraverso.

Per un artista è come dare manifestazione al mistero.

Ci si mette lungo la via, apparentemente di delusione terrestre, ricordando Peguy, perché nella verità non c’è il dualismo, non c’è il bene e il male, non c’è salute e malattia, non c’è il silenzio e il rumore, non c’è il canto codificato e il canto sperimentale, ma c’è unicità: “lasciate che il grano e la zizzania crescano insieme fino alla mietitura” (Matteo, 13).

E il raccolto sarà grande. 

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