IL CORPO CHE CANTA

Osteopatia e canto: a cosa serve un osteopata per un cantante

A cosa serve un osteopata per un cantante? Questa è una domanda che spesso mi fanno. La mia risposta è “dipende dalle necessità”. Ho amato molto il teatro, praticato per anni il suo training fisico e vocale, ho avuto la fortuna di passare una gioventù a stretto contatto soprattutto con attori e cantanti “di strada” e circensi, per poi avvicinarmi, una ventina di anni fa alle necessità di supportare più frequentemente cantanti.

Una collega russa, brava osteopata e speaker, recentemente mi ha fatto una domanda interessante: “Come sono legate voce, amore e osteopatia?”. Dapprima la parola “amore”, tra voce e osteopatia, mi è suonata un po’ stridente, in effetti però è ciò che accomuna l’artista al terapeuta; in scena la voce è in primo luogo amore per la performance, per la condivisione di storie, energie e vibrazioni, per la trasmissione delle emozioni. In studio si cerca di rendere questo compito più facile. Ho trattato e rieducato attori con traumi da acrobazia abituati a convivere e sopportare in scena fatica e dolori, tenendo vivo e credibile il personaggio, le sue parole, la sua voce, in maniera quasi indipendente dalle problematiche corporee, per amore della scena.

Le necessità che spingono un attore o un cantante alla ricerca del trattamento sono diverse: esiti di traumi, gestione di fatica, supporto e mantenimento durante periodi di sovraccarico lavorativo. Potrei parlare per ore della filosofia osteopatica ma sintetizzando direi che:

l’osteopata concede al corpo mobilità perdute per ripristinare una funzione fisiologica.

Osservare e testare un performer mentre canta è un po’ come trovarsi davanti ad uno schermo del film Matrix; la performance è tradotta in biomeccanica, alla ricerca di restrizioni di mobilità e segni che aiutino a strutturare il trattamento, finalizzato alla miglior dinamica ed armonia corporea.
Può sembrare molto distante dal ciò che il cantante cerca, ovvero la naturalezza del gesto e l’automatismo efficace ma questa modalità di osservazione, questo testare, mobilizzare e normalizzare, porta davvero molto vicini alla parte più intima di chi canta. E’ chiaro a tutti che il cantante non è solo una laringe, un diaframma, una postura corretta o sbagliata da tenere. Il corpo, la voce, la sfera emotiva sono interdipendenti ed ogni cantante, oratore, attore ha la sua chiave personale che regola questo rapporto.

Da osteopata e fisioterapista ho forse un punto di vista più allenato alla valutazione posturale, respiratoria, ma ciò deve essere sempre applicato alla scena, al contesto, al personaggio richiesto. Non è possibile valutare un Arlecchino, in scena, applicando gli stessi test posturali e lo stesso razionale applicabili al paziente “normale”.

L’attore, rispetto al cantante, è probabilmente abituato a questo approccio da più tempo, basti pensare agli scritti di Mejerchol’d e il suo “Attore biomeccanico”, o al training di Grotowski, Eugenio Barba e la loro ricerca che ha fatto storia ed aperto a nuove forme di espressività, a Dario Fo’ e la fisicità legata ad una vocalità particolarissima.

Questi sono alcuni dei modelli biomeccanici da conoscere e considerare nelle valutazioni, se vogliamo capire il corpo di un attore. Questo principio lo ritengo necessario anche per i cantanti e le diverse tipologie di tecniche vocali. Cerco di fare miei questi insegnamenti, cerco di applicarli alla ricerca di una mobilità più funzionale, ad una rieducazione più personalizzata e specifica per il singolo artista rispettando necessità e preferenze.

E’ un onore ricevere in studio e seguire un musicista o un attore che cerca aiuto;

spesso capitano momenti di vero laboratorio di crescita condivisa, soprattutto in presenza di artisti eclettici, veri esploratori della tecnica. In questo periodo sto seguendo un grande percussionista classico nella realizzazione di un progetto che lo vede contemporaneamente in veste sia di cantante che strumentista. Mi si è aperto un mondo. E’ abbastanza frequente gestire tensioni ed asimmetrie di un cantante chitarrista o cantante pianista, ma un cantante percussionista, che si alterna tra marimbe di 4 metri di larghezza e set di tamburi con necessità di controllo e precisione diverse sui vari strumenti è davvero stimolante.

Lavoriamo in equipe: maestro di canto, musicista ed osteopata diventano una squadra. In questo caso le posture sono totalmente diverse dal cantante classico che si esprime da fermo. La forza nel suonare una grancassa, un tamburo o un piccolo tasto di un vibrafono sono molto diverse, non devono perturbare l’emissione vocale, il corpo non deve accumulare tensioni muscolari, la voce deve adattarsi ai volumi degli strumenti.

E’ una sfida che richiede tempo, come pure richiede essere presenti ove il professionista suona. Impossibile avere in studio strumenti di quel tipo, difficile avere un lettino comodo per le terapie su cui lavorare.
Amo questo contesto, soprattutto perché nessuno ha verità in tasca sulle metodologie ed è un costante divenire e sperimentare in cui solamente il confronto e lo studio possono colmare lacune e produrre strumenti utili all’artista.

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2 Commenti

  1. Ciao Mauro,
    grazie per il tuo articolo, interessante e soprattutto derivante dalla tua esperienza sul campo. Anch’io sono affascinata dall’interdipendenza dei fattori che ci danno forma sia essa fisica che animica.
    Credo molto nel lavoro in equipe perché è proprio lì che c’e’ una possibilità maggiore di comprensione, di cambiamento e di crescita per tutte le persone coinvolte.
    Il suono vocale penso sia uno dei mezzi più potenti di cambiamento e guarigione che abbiamo a nostra disposizione ci permette di rivitalizzare aree, punti, ci permette di far flluire e portare fuori ciò che è dentro di noi e che sarebbe altrimenti dimenticato da qualche parte nel nostro corpo e inconscio creando blocchi.
    Ti auguro buona continuazione e tante nuove scoperte!

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