Marco Francini – canto l’albero della vita

Immagina un albero di media grandezza con radici profonde che entrano nelle terra, forti, spesse, solide e in alto rami lunghi e rigogliosi che spiccano verso il cielo, ecco, questo è uno dei modelli nei quali mi sono trasformato durante le performance vocali all’interno dei luoghi storici e archeologici.

Come nelle Metamorfosi di Ovidio dove tutto cambia in un divenire di figure o come nelle Carte Alchemiche di Giordano Bruno dove le immagini servono a squarciare il tempo attivando continuamente la memoria fra i simboli del passato e gli eventi del futuro.

La voce ci trasporta nello scorrere di un presente costante e permette di connettere la nostra essenza con un “altro” spazio, dentro e fuori di noi. Tutto ciò richiama un antico simbolo potente come “l’Albero della Vita” o albero della conoscenza che nella Cabala ebraica è legato alla formula dell’esistenza e della creazione con il flusso perpetuo dal Divino alla Terra e con il ritorno al Divino.

lore molto importante indipendentemente dal tipo di linguaggio vocale che utilizziamo.

L’Albero è composto da dieci Sefira (sfere) legate fra loro da ventidue sentieri comunicanti. La parte di sinistra dell’albero rappresenta l’aspetto femminile della creazione e quello di destra la parte maschile. La parola Sefira assume anche altri significati come numero, racconto, pietra, luce e dunque, la voce, non solo produce frequenze sonore che sono numeri, ma racconta la nostra traccia e la nostra storia.

Se volessi indossare “l’Albero della Vita” durante le mie performance, nei luoghi e nello spazio, immaginerei le Sefira come armonici della voce che si compongono miscelando istinto, intuito, conoscenza e consapevolezza.
La combinazione di questi elementi va di pari passo con le forme contrastanti dell’anima controllando e bilanciando continuamente i poli opposti come il bene e il male, la potenza e l’umiltà, la sapienza e l’ignoranza (Giordano Bruno – La Cabala)

“Come in alto così in basso” è uno dei mantra che spesso accompagna il mio percorso vocale durante le performance nei luoghi storici.

Descrivo in breve la prima parte della preparazione ogni volta che entro in questi spazi: dopo aver individuato il sito archeologico o il sito naturale che desidero esplorare, per prima cosa faccio sopralluoghi da solo e passo molto tempo ad osservare le architetture, il materiale da cui sono composte, la forma e infine ascolto il tipo di riverberazione.

MI fermo in un punto preciso e mi trasformo nell’Albero della Vita, provo con la voce ad emettere suoni e intuisco la frequenza di risonanza del luogo, cerco i silenzi e ascolto la natura che circonda l’edificio: il mare, gli uccelli, il vento o altre tipologie di paesaggi che sono intorno. L’emissione degli armonici mi dà la possibilità di connettermi con le frequenze architettoniche e stabilire altezze e tonalità. Mi muovo e ricerco altre postazioni.

Guardo la luce naturale che entra in talune parti dello spazio e dunque comprendo come gli “antichi” conoscevano molto bene il rapporto fra architettura, musica, frequenze e tanto altro. Infine rifletto su quali strumenti musicali, oltre la voce, siano più adatti alla tipologia dello spazio, compresi i materiali del luogo stesso (pietre, conchiglie, rocce ecc).

Dopo aver passato diverse ore ad assorbire l’anima e la storia dell’ambiente rientro e pianifico i canovacci di composizione – esecuzione lasciando ai musicisti la totale libertà di improvvisazione.

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