Le impiraresse un lavoro, un canto. Scopri la sua provenienza e la sua forza.

La voce delle donne era lo strumento ideale perché lasciava le mani libere per lavorare e accudire i figli (Caldirola, 1977)

Storie, canti, fogli volanti dell’associazione La conta  di Milano, è il nome di un coro composto da circa una trentina di donne e propone brani che affrontano generalmente tematiche legate all’universo femminile, all’orgoglio e al coraggio delle donne che, nonostante le difficoltà della vita, la fatica del lavoro e le ingiustizie subite quotidianamente, mantengono salda e viva la loro identità e la loro femminilità.

L’ obiettivo del gruppo è quello di diffondere un patrimonio culturale che rappresenta un’enorme ricchezza nel panorama musicale italiano (e non solo) e di valorizzare alcune delle principali interpreti e ricercatrici del canto popolare quali Rosa Balistreri, Caterina Bueno, Luisa Ronchini, per citarne alcune.

Uno dei canti più significativi e interessanti che il coro propone si intitola Le Impiraresse, dal dialetto veneto impirar, che significa infilzare.

Le Impiraresse infilavano le perle di vetro per le Conterie, le fabbriche di vetro di Murano.

Questa attività si svolgeva a domicilio, iniziava in tenera età e proseguiva per il resto della vita. Le donne erano sottoposte a turni molto faticosi per svolgere un lavoro sottopagato e poco o nulla riconosciuto ed erano controllate e spesso sfruttate dalle mistre, nome veneziano per indicare le maestre, ovvero piccole imprenditrici.

Foto tratta dal sito www.solobellestorie.it

Testimone della difficile condizione delle Impiraresse era la sessola, il grosso cucchiaio di legno che serviva per togliere l’acqua dalle imbarcazioni, un utilissimo strumento di lavoro perché conteneva le perle che servivano per creare gioielli e oggetti decorativi. Ma le sessole, come dice il testo del canto, oltre alle perle raccoglievano le lacrime e il sudore delle donne e spesso, nel loro immaginario, si trasformavano in una sorta di “arma” con cui sognavano di disfare “el cocòn”, lo chignon delle mistre, acconciatura con cui le donne dell’epoca usavano raccogliere i capelli.

Le Impiraresse scescero in piazza nel corso delle ribellioni del 1904. In quell’anno, le lavoratrici si riunirono in una delle prime leghe femminili, la lega delle Impiraresse e inscenarono scioperi al grido di “Abbasso le sessole, remengo i aghi!”. Ribellioni che naturalmente furono represse e ridicolizzate dalla stampa maschilista.

Il canto è stato raccolto, direttamente dalla viva voce di un’anziana Impiraressa, da Luisa Ronchini bergamasca e veneta di adozione, nota per il suo importante ruolo nello studio e nella salvaguardia del patrimonio musicale popolare di quella regione.

TESTO DELLA CANZONE :

Semo tute impiraresse
semo qua de vita piene
tuto fògo ne le vene
core sangue venessiàn.‎

No xè gnente che ne tegna
quando furie diventèmo,‎
semo done che impiremo
e chi impira gà ragion.‎
‎ ‎
se lavora tuto il giorno
come macchine viventi
ma par far astussie e stenti
tra mille umiliasiòn
‎ ‎
semo fìe che consuma
dela vita i più bei anni
per un pochi de schei
che no basta par magnar

Anca le sessole pol dirlo
quante lagrime che femo,‎
ogni perla che impiremo
xè na giossa de suòr.‎
‎ ‎
per noialtre poverette
altro no ne resta
che sbasàr sempre la testa
al siensio e a lavorar
‎ ‎
Se se tase i ne maltrata
e se stufe se lagnemo
come ladre se vedemo
a cassar drento in preson

Anca le mistra che vorave
tuto quanto magnar lore‎
co la sessola a’ ste siore
su desfemoghe el cocòn!

 

A questo link si può trovare la versione delle IMPIRARESSE eseguita dalla Ronchini

 

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