voce

 

Qualche tempo fa vedevo un film in cui un ragazzino entrava in una soffitta,
si stupiva della quantità di polvere depositata sugli oggetti.
I miei pensieri hanno fatto un piccolo circolo di cortocircuito
e si è fissata nella mente un’associazione:
quella della povere sulla voce;
che su tutti noi cali la polvere,
anche sulle nostre voci.
Con la polvere non è detto che la voce invecchi,
prende invece spessore,
si veste d’una pagina di vita.
Così la voce cambia anche da zitti.
E quando si canta, si canta anche della polvere accumulata.
Perché la polvere della voce sono quei vissuti,
sono altre pelli, altre carni, altre vite che si respirano e che la fanno mutare;
e quando si canta, si cantano le vite degli altri che ci toccano
si canta della polvere che ci hanno lasciato.
Si canta la nostra polvere.
Quando si canta si alza la polvere,
e non è che la polvere è tutta uguale,
è fatta di momenti diversi, di ricordi diversi, di giorni e gente e paesi e tempi diversi,
come ogni volta cantarsi tutta la vita davanti.
E questa nostra polvere,
almeno qualche pulviscolo,
andrà a posarsi su altre voci,
perché la polvere non può assottigliarsi più di quanto già non lo sia,
sa solo spostarsi,
sa solo volare;
e noi,
con un canto,
farla danzare.

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