VOCE IN EQUILIBRIO

Il pomodoro e la molla

Diversi sono i metodi di insegnamento e di apprendimento, diversi perché adatti alle sfaccettature dei singoli individui. Ognuno di noi ha un suo canale “preferenziale”, chi la ripetizione, chi l’associazione, chi la memoria visiva. È importante cercare di trovare di volta in volta il giusto canale comunicativo, e a volte questo ci si palesa da solo. Così è nella didattica, così è nella clinica.

Dal 2002 al 2013 ho passato, ogni anno, diversi mesi in US, tra New York e San Diego per la mia formazione professionale. L’episodio di cui vi voglio raccontare risale ad Aprile del 2009. Era un lunedì. Come tante altre volte ero a fare assistenza e praticantato all’Osteopathic Center for Children and Families dalla Dott.ssa Viola Frymann in San Diego.
La Dott.ssa Frymann era un Medico e Osteopata dedita soprattutto al trattamento dei bambini. A lei, come maggiore esperta nel settore, arrivavano bambini da tutto il mondo: russi, giapponesi, italiani e di tante altre parti. Per agevolare la possibilità di trattamento la Dott.ssa Frymann era solita riservare un pacchetto di 8 trattamenti in un mese (due a settimana, da valutarsi di volta in volta) e le famiglie dei pazienti affittavano per quel mese un appartamento in città. In quel modo venivano garantiti dei piani di trattamento evitando il va e vieni dagli altri Paesi. Molti di questi bambini avevano gravi problemi neurologici.

G. Era una bambina con paralisi cerebrale infantile. Aveva difficoltà nell’alimentarsi e la madre aveva riferito di non trovare un cibo che la bambina potesse gradire e mangiare volentieri e che, soprattutto, potesse permetterle di prendere il peso giusto per la sua crescita e per la sua età. Le altre difficoltà erano motorie (dal punto di vista sia viscerale che muscoloscheletrico), di apprendimento, di comunicazione. In US le mamme non sono di abitudine presenti in sala visita con i bambini, rimangono in sala d’attesa. Ad aiutare la gestione dei pazienti intervengono i terapisti occupazionali e gli assistenti o, eventualmente, i tirocinanti quando presenti. Quel giorno ero di assistenza e quindi ero presente, insieme alla terapista occupazionale, durante la visita. C’erano anche alcuni tirocinanti.
Durante il trattamento la terapista occupazionale cercava di intrattenere la bambina con diversi giochi colorati, per lo più frutta di plastica e legno e molle, come quella che vedete in foto e che la Dott.ssa Frymann mi ha donato per ricordo di quel giorno. Attraverso la frutta e i suoi colori (la nel aera giustamente rossa, la banana gialla, tutto era corretto) si cercava di capire quale colore attirasse la bambina. Finito un periodo di gioco con la frutta, la terapista è passata a intrattenere la bambina con la molla.

Cercava di fargliela tenere in mano e poi le mostrava come si allungava allontanando le mani tra di loro. La bambina non riusciva a trattenere la molla mentre si allontanava, proprio per le sue difficoltà neuromotorie. Al termine della seduta di trattamento osteopatico il risultato era che G. aveva fatto chiaramente capire che il rosso era il suo colore preferito tra quelli proposti, ed era riuscita sufficientemente a muovere in abduzione le mani, pur non avendo capacità di tenuta prensile con le dita. Quando è stata convocata la madre si sono riferiti i miglioramenti correlati al trattamento osteopatico in sé e si è dato suggerimento di provare a darle da mangiare cibi rossi.

Il giovedì successivo G. Si presentò a visita per la successiva seduta di trattamento. Prima di ogni seduta i genitori relazionavano sempre sullo stato dei figli in seguito al trattamento precedente. Quel giorno la mamma di G. si mise a piangere e abbracciò la Dott.ssa Frymann, che le chiese cosa fosse successo. Ebbene, quella era una settimana piovosa a San Diego e per questo motivo loro non erano uscite molto dall’appartamento in cui alloggiavano.

La madre non aveva dato molto peso all’indicazione sul colore dei cibi e avevano cucinato come faceva di solito per lei, G. e per la sorellina maggiore di G. Inaspettatamente G. si è messa ad indicare il piatto con le verdure, nello specifico indicava il pomodoro, bello rosso. G. ha iniziato a mangiare pomodori con grande gusto. Era la prima volta che G. aveva fatto espressamente richiesta di cibo e ne voleva ancora e ancora, come nel gioco. Questo era stato il, primo fatto “miracoloso”. Dopo pranzo la mamma ha fatto giocare la figlia maggiore sul pavimento del salotto e ha posizionato la carrozzella di G. vicino alla finestra, affinché potesse, nonostante la pioggia, per lo meno guardare fuori. Le finestre avevano delle tendine. La mamma le aveva spostate, divaricandole per garantire una perfetta visione a G. Dopo 20 minuti circa la mamma si separò da G. per proseguire le pulizie di casa. Ad un certo punto volle andare a vedere come stava G. e la trovò con le braccia allungate che apriva le tende, esattamente con lo stesso movimento con cui allungava la molla durante la visita. Questo è stato il secondo grande fatto “miracoloso” di quel giorno. Quella giornata ha segnato per me una vera svolta professionale, ed ho imparato più che in tanti corsi di aggiornamento. Ovviamente non scorderò mai questo episodio, come tanti altri altrettanto coinvolgenti.

Durante il trattamento ad un paziente, come durante una lezione ad un allievo, occorre sempre cercare, al di là dell’approccio e del metodo, il canale più consono di comunicazione con ogni singolo individuo. I metodi di apprendimento sono plurimi ed ognuno di noi ha dei canali preferenziali che meglio si adattano allo scopo. Sta al Professionista Terapista o Docente trovarli per poterli poi sfruttare nella maniera più proficua.

Tag
Mostra di più

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Pulsante per tornare all'inizio
Chiudi
Chiudi