Abitare una canzone: In differita

Il mondo è di chi se lo prende, non sembrano essere ammesse altre posture. O decidiamo di parlare o veniamo parlati dagli altri. E, in quest’ultimo caso, il nostro spazio diventa uno spazio sempre più piccolo, e sempre più invaso, occupato, vissuto da qualcun altro.  

Allora, cosa fare? Per esserci ci vuole spazio intorno, la voce nasce dallo spazio, ed è lì che cresce.
A 6 anni inizio a balbettare, da quel momento il linguaggio degli altri (parlare in un certo modo in un certo tempo) mi diventa qualcosa di inarrivabile e di ostile. 

Così sperimento, via via, la necessità di trovare un mio spazio, un mio linguaggio che mi faccia vivere secondo un tempo attivo (parlare) e non passivo (essere parlato). 

sgrò

Ho avuto la fortuna di trovarlo, durante l’adolescenza, nella forma canzone. Ed è lì che ho deciso di abitare. Abitare la canzone ha significato, per me, prima, ascoltare ogni giorno ore e ore canzoni e impararle a suonare, e, poi, iniziare a scriverne di mie proprie. 

Una volta abitata la canzone, è arrivato, come un processo spontaneo e necessario, il momento del comunicare, dell’uscire, dell’aprire, del donare, direbbe qualcuno, ed è arrivato così quel tempo in cui vivere è costruire ponti, nient’altro, soltanto costruire ponti, rielaborare il proprio materiale emotivo e fonderlo e confonderlo con quello degli altri. 

E così è nata una nuova urgenza, un’urgenza di comunicabilità, cioè un’urgenza di essere visti, di essere ascoltati, di essere parte del mondo.
Negli ultimi anni ho lavorato al mio disco d’esordio, disco del quale è uscita, da poco, una sola canzone, “In differita”.

 

Sono felice sia fuori, sia nel mondo. Le canzoni, secondo me, sono sempre per qualcuno, mai di qualcuno.

Pulsante per tornare all'inizio